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Comitati e giornalisti:
idillio difficile


Prima parte:
Identikit dei comitati

Seconda parte:
Pubblicati e insoddisfatti


Terza parte:
Le ragioni della redazione


Cittadini Attivi

Intervista a Salvatore d’Agata, giornalista RAI e presidente Associazione Bolognaviva

Come possono i comitati catturare l'attenzione dei media?
Innanzitutto devono mettere in campo idee forti, rispetto alle quali i media non possono far finta di niente. In secondo luogo tali idee vanno evidenziate con iniziative che le valorizzino. Ovviamente sull'identità delle idee forti ci possono essere opinioni divergenti (un'idea forte per me può non esserlo per un altro), così come ci sono modi differenti per fare scena e per catturare i media.

Per esempio?
Ricordo uno spazio televisivo dato ai radicali Pannella: lui e i suoi non dissero una parola, avevano un bavaglio in bocca e basta. Questo è un modo efficace per dimostrare che si sentivano imbavagliati. La più elementare provocazione per catturare i media non è andare nella redazione di un giornale ed esporre un caso perché tante volte l'esposizione non è facile, l'udienza è modesta.

Cosa bisogna fare allora?
E' necessario servirsi di gesti simbolici che costringano anche i media più indifferenti ad occuparsene. In particolare credo che lo sberleffo e la satira siano importanti quando si vuole mettere in evidenza una condizione ritenuta abnorme. Meglio lo sberleffo dell'anatema, che in fondo è quasi atteso: se io faccio qualcosa, mi aspetto che qualcuno si arrabbi. Invece lo sberleffo è diverso e richiede un minimo di genialità. Se si vuol creare in una città un rapporto di comunicazione bisogna costringere i media a occuparsene, mettendo in campo idee forti e momenti di espressione di tali idee.

La sua associazione ha messo in campo gesti simbolici?
Sì. Per esempio quando si era prospettata l'idea di realizzare dei sottopassi in città, cosa che avrebbe comportato l'abbattimento di alberi oltre ad altri danni, con alcune associazioni ambientaliste abbiamo affisso ai tronchi dei sempreverdi che volevano sradicare un necrologio. L'iniziativa ha suscitato un certo interesse, non era un gesto roboante, ma simbolico: abbiamo avuto servizi televisivi e tutti i giornali hanno ripreso la notizia. Credo che lo sberleffo e la satira paghino.

Lo sberleffo provoca curiosità, un cortocircuito mentale che fa riflettere anche chi è estraneo al problema, invece l'anatema è sempre sgradito.
E poi è scontato. Se uno condanna una cosa è scontato che dica che quella cosa è brutta, è oscena, è da evitare. È inefficace psicologicamente.

Ma non crede che a volte sia frustrante doversi sempre inventare qualcosa di nuovo per conquistare visibilità?
Bisogna avere delle idee e renderle, creando.

E questo funziona più che il parere di un esperto?
Sì, l'esperto tende a un'analisi che spesso degenera nel sermone.

Spesso ci sono comitati diversi che si occupano di problemi molto simili, se non dello stesso. La differenza la fa la comunicatività?
Abbiamo molte rivalità: associazioni che si contendono la piazza, il consenso. Poi magari si contendono il rapporto coi partiti: intendiamoci, i comitati spesso sono soltanto un modo diverso del partito tradizionale di cercare un rapporto con la cittadinanza.

Comitati legati dunque ai partiti?
Sì, spesso abbiamo comitati che sono la protesi dei partiti. E non parlo di un partito o dell'altro: è un discorso generale. I modi tradizionali della comunicazione dei partiti sono diventati obsoleti. Non siamo più nell'universo delle cellule del PCI o dei circuiti parrocchiali che avevano capacità di coagulo di consenso e di irradiare messaggi.

Sui giornali l'attenzione rimane però focalizzata più sui partiti. Si pensa forse che l'opinione di un consigliere comunale interessi i cittadini più dei problemi del luogo in cui vivono e per cui, magari, combattono?
Facciamo un discorso pratico: i giornali hanno un cronista fisso, per esempio, a Palazzo d'Accursio. Dovrebbe andare in giro a intervistare i comitati? No, ha l'interlocutore lì davanti! Quindi fra lui e i consiglieri si crea inevitabilmente un rapporto di conoscenza, simbiosi. E' un do ut des: magari ha lo zio che vuole la casa popolare.E' un problema che si è posto anche in passato nel giornalismo giudiziario. E' una condizione da evitare assolutamente tra i giornalisti e le istituzioni. Altrimenti, anche per comodità, si diventa altro, dei portavoce.

Ci si identifica con le fonti?
Sì col tempo c'è anche questo rischio: ci si identifica, si assimilano i ragionamenti, le idee. Queste cose avvengono, sono "forme deformate" della comunicazione.

Alcuni comitati si lamentano di essere stati strumentalizzati politicamente.
Il rapporto, in questi casi, mi sembra vicendevole: da una parte c'è la tendenza dei partiti a dare vita a comitati oppure a usare comitati nati fuori dai partiti; dall'altra parte c'è la ricerca da parte dei comitati di coperture, appoggi di vario tipo e a legarsi a dei partiti.

Un sindaco bolognese anni fa sosteneva che è positiva l'esistenza dei comitati, perché sono il "sale" della democrazia. Anne Drerup del comitato Canossa ci ha detto invece che secondo lei l'esistenza dei comitati è il segnale che il sistema politico funziona male, in quanto ci sono problemi che non riesce ad affrontare.
La democrazia non si esaurisce nel sistema politico e nel Palazzo. Esistono altre forme di partecipazione integrative rispetto alle istituzioni e i comitati hanno diritto a esercitare questa presenza. Non sono il test che dimostra la presenza o no della democrazia. Come tutti i condimenti, anche la partecipazione ha ingredienti diversi. Si può condire un'insalata in tanti modi. Io per esempio aborro l'aceto, ma c'è chi lo ama. I comitati sono un contributo al menù democrazia, affinché sia il più ricco possibile.

Nel suo comitato c'è qualcuno che si occupa specificamente di contattare i media?
Noi comunichiamo con un giornale online, www.bolognaviva.org, dove segnaliamo se facciamo un'iniziativa particolare (come il premio al bolognese e alla bolognese dell'anno) e lo mandiamo a duemila indirizzi.

Vi servite quindi delle nuove tecnologie?
Sì, sono una nuova forma di comunicazione che i comitati dovrebbero sfruttare. E poi non vanno dimenticate le telestreet, le tv di quartiere che trasmettono nei coni d'ombra. A Bologna ce ne sono quattro: la pioniera è Orfeo tv che trasmette nel giro di meno di un chilometro. Credo che i comitati possano avere, attraverso queste tv di quartiere, una voce nuova, originale, che altrimenti non potrebbe diffondersi. Ovviamente questo non riguarda i comitati che hanno un'ottica più larga. Ad esempio, Bolognaviva che si occupa d'ambiente e cultura, non è radicata in un quartiere ma vuole pretendere di essere una voce che parla alla città, deve usare degli strumenti diversi, meno circoscritti.

Ma torniamo ai media tradizionali. Voi coltivate rapporti con "giornalisti amici"?
No, non amo coltivare i giornalisti. forse perché lo sono da troppi anni!

Ci sono comitati che pensa che dovrebbero ricevere maggiore attenzione dai media?
Mi pare che, complessivamente, l'attenzione che i comitati ricevono sia decente. Dipende da come nasce il comitato, che idee esprime, che capacità possiede di incidere nella realtà. Bisogna che rappresenti qualcosa. Non è previsto, nella Costituzione, il diritto del comitato.

È previsto però per tutti un diritto di accesso, di partecipazione
Un giornale però riceve migliaia di notizie al giorno: necessaria una selezione. La si fa in base alla forza della notizia, si considera cioè la sua capacità di suscitare interesse e in base a una scelta politica, si valuta cioè se il fatto risponde alla linea del giornale.

A volte sono discutibili i criteri di selezione.
Ma certo, tutto è opinabile, ma fondamentalmente le griglie sono queste. Non è che faccio un comitato e automaticamente pretendo che il Carlino se ne occupi. Nel '68 parlavamo della "fantasia al potere": grandi parole d'ordine, che volutamente andavano a cozzare contro tante realtà. Ora dovremmo scrivere sui muri "diritto d'accesso"?

Un'ultima domanda: cosa secondo lei non funziona nei media locali?
Sono troppo chiusi: troppo legati alla condizione politico-culturale ed editoriale che li anima. Ad esempio, il Resto del Carlino attuale: per la cronaca di Bologna è chiusissimo, legatissimo a degli schemi. C'è differenza tra la parte nazionale e la linea dell'inserto locale. Ma anche gli altri quotidiani sono chiusi: ognuno ha un rapporto con un solo segmento di città. Noi non abbiamo a Bologna un mezzo che abbia un rapporto con l'intera città. Questo non favorisce la capacità del cittadino di costruirsi un'opinione: la riceve. Questo amareggia la città. Se io vengo da fuori e cerco un giornale che mi dia un quadro complessivo di Bologna non lo trovo.

Irene Romano