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Comitati e giornalisti:
idillio difficile


Prima parte:
Identikit dei comitati

Seconda parte:
Pubblicati e insoddisfatti


Terza parte:
Le ragioni della redazione


Cittadini Attivi

La parola a Pierina Bonvecchio

Pierina Bonvecchio è ricercatrice presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna.

In che occasione si occupò del fenomeno comitati e che metodologia seguì per la sua ricerca?
Indagai il fenomeno del comitatismo a fine ‘97 inizio ‘98 e pubblicai i dati nel libro Un quartiere, una strada e un'idea assieme. Uno studio sui comitati cittadini (Franco Angeli, Milano 1999 ndr.). L'interesse, a fine anni '90, era quello di indagare come si era incanalata la partecipazione dal basso che aveva caratterizzato gli anni '60 e '70. Studiai la realtà dei comitati con una metodologia interamente qualitativa. Lo seguii a Bologna, dove stava nascendo, e in altre città. Per accedere alle fonti monitorai le cronache cittadine dei giornali, partecipai alle assemblee dei comitati, mi basai molto sul passa parola fra cittadini attivi.

Quali erano i temi forti di mobilitazione al tempo?
Ai cittadini stavano a cuore il degrado ambientale e la sicurezza.

Da cosa nasceva l'esigenza di una mobilitazione autonoma dal basso?
Dalle interviste emerse una profonda sfiducia dei cittadini attivi verso le istituzioni: non si sentivano sufficientemente rappresentati. Bisogna considerare che eravamo nel ‘98 e pesavano ancora i fatti legati a “Mani Pulite”. I comitati non volevano saperne nulla di politica, pur essendo magari “tirati per la giacchetta” dal mondo partitico. A Milano, Montalbetti, responsabile del comitato Buenos Aires, mi confermò il fastidio provato a fronte dei ripetuti tentativi dei politici di “mettere il cappello” sulle vittorie dei comitati.

Ha fatto riferimento al fenomeno comitati a Milano. Esistono differenze fra Milano e Bologna rispetto al rapporto che i comitati intrattengono con le istituzioni?
Mentre a Milano i comitati hanno una loro identità autonoma, sono ormai “disillusi” di poter instaurare un certo tipo di relazione con il mondo istituzionale e procedono per conto loro (peraltro sono altamente propositivi), a Bologna il Comune è sempre percepito come un referente fondamentale. La degenerazione del dialogo con le istituzioni è stata percepita con grande rammarico. Questo è da ricondurre a due diverse tradizioni di esercizio della cittadinanza: Bologna ha alle spalle una storia radicata di contatto con le istituzioni. Ma le differenze non finiscono qui.

Sarebbe a dire? Quale altra distinzione ha individuato?
C’è una differenza relativa al rapporto tra la concentrazione dei comitati e la struttura urbana: a Milano i comitati sorgono nella zona intermedia fra centro e periferia, mentre a Bologna molti nascono nel centro cittadino e la spiegazione è semplice: i comitati sorgono laddove emergono i problemi. A Bologna le questioni calde sono il traffico e la sicurezza, problemi tipici di uno spazio in cui ai residenti (gli animatori del comitatismo) si aggiungono pendolari, city users e coloro che capitano temporaneamente per affari. Tale spazio di attraversamento e molteplicità di uso del territorio a Bologna coincide con il centro urbano. Tanto per fare un esempio è qui e non in periferia che sono concentrate le sedi universitarie e gli studenti, prototipo dei city users. A Milano invece i problemi attanagliano più la periferia.

Ha fatto riferimento ai residenti come agli “animatori del comitatismo”. Possiamo farne un identikit più preciso?
I residenti a tutto tondo, proprietari della loro casa, con un lavoro stabile, con famiglia, figli e un forte radicamento territoriale.

Ci conferma la differenza tra realtà bolognese e milanese quanto al fenomeno comitati Sara Regina, giornalista che per ViviMilano (l’inserto del Corriere della Sera), tiene la rubrica Casi Metropolitani. “Anche a Milano i comitati contestano il Comune, hanno con Palazzo Marino un rapporto conflittuale e spesso fanno ricorso al Tar contro le decisioni della Giunta Albertini. Però sono anche molto propositivi, fanno autonomamente dei progetti alternativi realizzandoli direttamente.” Sulla distribuzione in città dei comitati afferma: “Nel centro di Milano non ci sono comitati (se si esclude quello dei commercianti di corso Buenos Aires che è un'eccezione) perché è una zona terziaria con uffici e negozi. Viene considerata il ‘salotto’ della città e il Comune la cura molto. I milanesi abitano invece per lo più nelle periferie e non a caso è lì che nascono il maggior numero di comitati. Non dimentichiamo inoltre che è in periferia che il Comune vuole costruire un inceneritore, una tangenziale, un depuratore e contro questi interventi nascono i cittadini si mobilitano.”

Giulia Poggiolini