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Comitati e giornalisti:
idillio difficile


Prima parte:
Identikit dei comitati

Seconda parte:
Pubblicati e insoddisfatti


Terza parte:
Le ragioni della redazione


Cittadini Attivi

La parola a Walther Orsi

Walther Orsi è sociologo e psicopedagogista. E’ docente della scuola di specializzazione in sociologia sanitaria a Bologna e responsabile dell’area Anziani dell’Azienda Ausl di Bologna.

In quale contesto sociale, culturale e politico si inserisce a suo parere l’azione dei comitati?
Il contesto di riferimento è quello della globalizzazione, con tutti i nuovi problemi ad essa legati: nuovi tipi di povertà, incremento del tasso di inquinamento, disastri ambientali. Sono scenari che mettono il cittadino in una situazione di disorientamento, frustrazione e delusione nei confronti di un processo e di un modello di sviluppo che doveva portare a un progresso continuo e sempre più elevato. Fino a pochi anni fa ci hanno raccontato che bisognava comprare l’auto, che con l’auto più bella saremmo stati meglio. Poi ci siamo accorti che la qualità della vita peggiorava. Adesso si ha l’impressione che si vada verso il peggio

E in questa situazione di disorientamento, i comitati forniscono una bussola utile?

In parte sì. Di fronte a questa complessità crescente creata dalla globalizzazione il cittadino non si sente più tutelato nelle sue aspettative dalle rappresentanze a livello politico, economico e religioso. Tale insoddisfazione spinge molti cittadini a cercare di… darsi una mossa. Cominciano a pensare che è utile coinvolgersi direttamente nelle questioni politiche e soprattutto in quelle che riguardano la qualità della vita, che ciascuno è in grado di misurare. Si organizzano da soli perché capiscono che nessuno sta andando nella direzione giusta, di tutela della collettività. Quindi c’è una specie di ripresa di una delega che al cittadino non va più bene perché tutti quelli che lo dovevano rappresentare vengono meno.

La fortuna dei comitati in questi anni segna dunque una nuova partecipazione dei cittadini che non si sentono più tutelati nella qualità della vita? O come sostiene Anderlini i comitati sono mossi dalla paura dei proprietari di casa di vedere dequalificato e devalorizzato il proprio quartiere?
C’è una spinta che non è identificabile in un interesse privato, anche perché l’obiettivo non è quello di mantenere il proprio microambiente migliore, ma anche di tutela dell’ambiente nel suo complesso. Per i problemi legati alla qualità della vita non si può misurare quello che è mio da quello che è degli altri. Credo che la spinta iniziale venga anche da un bisogno individuale, ma non materiale: Barbara Rinaldi dice per esempio che si è mossa perché suo figlio soffriva d’asma. Non ci si mobilita per la tutela di un valore economico, ma per la salvaguardia della qualità della vita.

Che si percepisce in pericolo?
Sì. Io credo che anche a livello simbolico si comincino a scoprire delle gravi inadeguatezze delle
rappresentanze e si scoprono in maniera sempre più evidente i nodi della globalizzazione. Vengono al pettine i problemi e il cittadino oltre a sentirsi sempre più solo (componente depressiva), si sente in dovere di far qualcosa. Siccome poi scopre che altri la pensano come lui si aggrega: sente la necessità di progettare insieme perché da solo non ce la puoi fare. Il sistema vorrebbe che tu ti sentissi sfiduciato, isolato, da solo e impotente. In realtà il cittadino scopre che ha qualcosa come risorsa inestinguibile e che se si mette insieme può tentare di cambiare le cose.

E ci tenta partendo da ciò che lo circonda, dalla propria via, dal proprio quartiere, o sbaglio?
Il cittadino si accorge tutti i giorni della cattiva cura della città. Una volta presa coscienza della propria possibilità di agire è come se si accorgesse per la prima volta che la città è più sporca e meno vivibile. Comincia a mettere a fuoco i problemi alimentati dalla scarsa cultura civica dei cittadini.

Nel suo libro Progettare insieme la qualità della vita (Franco Angeli, Milano, 2003) esprime proprio questa necessità del cittadino di partecipare alla vita sociale. Vuole approfondire il tema?
Il testo ruota attorno a tre concetti chiave. Il primo è che la qualità della vita non è un’area in cui il cittadino può delegare a esperti e tecnici dei vari settori, ma è una combinazione talmente personalizzata di varie componenti (salute, sicurezza, ambiente, coesione sociale) che solo il cittadino può sia identificare che realizzare. E’ lui l’unico in grado di misurarla su di sé e a poterla valutare. Va ribaltato un pregiudizio perché tutto oggi sembra essere risolvibile da uno specialista: non è così. In secondo luogo la qualità della vita non può più essere raggiunta a livello locale, ma si ottiene in una logica di rapporto integrato tra locale e globale. Molto spesso il cittadino dice: “ mi trovo la villetta in un posto sano, mi nutro in un certo modo poi però per lavoro sono costretto ad andare in una città che è inquinata, in un posto di lavoro non salubre”. Non ha senso costruire dei ghetti privilegiati dove la qualità della vita è teoricamente più alta, perché le “minacce” esterne sono tante…


E il terzo concetto chiave per migliorare la qualità della vita?

Faccio riferimento al sistema di rete. La qualità della vita, ci hanno insegnato in questa cultura individualistica dominante, è qualcosa che si ottiene individualmente. In realtà non è così: la si può perseguire solo con un lavoro di rete tra persone, gruppi e organizzazioni culturali/istituzioni. Solo mettendo insieme queste tre componenti si può sviluppare un lavoro innovativo. Ciascuna di queste tre realtà è portatrice di risorse che in modo integrato danno delle sinergie. Ma affinché si verifichi innovazione è necessaria la presa di consapevolezza del cittadino dell’esistenza di nuovi bisogni.

Sarebbe a dire?
Mi riferisco alla capacità del cittadino di cogliere in modo anticipatorio rispetto alle istituzioni i bisogni emergenti. Occuparsi di bisogni nuovi è già fare innovazione. I comitati hanno avuto questo merito, hanno capito prima delle istituzioni come lo smog minacciasse la qualità della vita. Il cittadino insomma non è solo detentore di bisogni, ma anche di risorse, dispone innanzitutto di un tempo per il lavoro informale che consente di sviluppare un lavoro di rete assolutamente fondamentale. Si tratta poi di dare senso e significato al rapporto tra gli attori messi in rete (persone, gruppi e istituzioni).

Nel caso specifico dei comitati?
I comitati hanno interpretato i bisogni delle persone sviluppando interventi e progetti che avevano un senso nuovo che tuttavia è in gran parte sfuggito alle istituzioni. Queste ultime si sono poste in contrapposizione rispetto ai comitati: hanno cercato di ridurne il loro apporto propositivo dicendo che fiancheggiano i partiti o squalificandoli e togliendo il valore aggiunto di cui si facevano portatori. C’è insomma spesso il tentativo delle istituzioni di far ricadere i comitati nei ruoli consolidati. Ma così facendo non si vuol vedere la vera portata innovativa dei comitati che hanno fatto capire come si possa migliorare la qualità della vita in modo nuovo e autonomo, attraverso progetti alternativi ai modelli consolidati. Prima la denuncia doveva essere fatta agli organi competenti e la delega era totale. Grazie ai comitati si è andati oltre: si è inventata azione nuova come i blocchi del traffico.

Ma questa iniezione di partecipazione è del tutto positiva o in alcuni casi i comitati hanno fatto mosse sbagliate?
Hanno, a mio parere, troppo seguito la logica della contrapposizione, mentre sarebbe stato meglio una ricerca di alleanza se non con il Comune, percepito come vero e proprio nemico da battere, almeno con altre istituzioni. I comitati antismog, per esempio, hanno forse speso troppe energie a sviluppare contrapposizioni con Palazzo D’Accursio che non a tessere alleanze con altri enti (Arpa o Asl), che potevano dar loro un valore aggiunto.

Quindi il principale errore dei comitati è quello di aver cercato solo lo scontro aperto con il comune, senza trovare alleati utili tra le istituzioni stesse?
Questo è l’idea che mi sono fatto io. Mi sembra che i comitati siano rimasti un po’ troppo imprigionati nella cultura della lotta che non nella costruzione di nuovi progetti tesi a dimostrare come la qualità della vita si possa migliorare indipendentemente dal consenso del Comune. Chiaramente è fondamentale che ci sia un sindaco che sposi le proprie proposte, ma val la pena portare avanti una serie di progetti (meglio se micro) per testimoniare che il cittadino organizzato è in grado di fare azione di progettualità, di fare azioni costruttive. Alla lotta va affiancata la progettualità.

Andrea Tramontana