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Comitati e giornalisti:
idillio difficile


Prima parte:
Identikit dei comitati

Seconda parte:
Pubblicati e insoddisfatti


Terza parte:
Le ragioni della redazione


Cittadini Attivi

La parola a Gianfranco Pasquino

Gianfranco Pasquino è professore di Scienza politica all’Università di Bologna


Quale origine hanno i comitati spontanei di cittadini nella città di Bologna?

I comitati civici hanno dato voce a un malessere diffuso nella città. Molti comitati erano già attivi sul territorio da più di venti anni, ma il fenomeno ha assunto particolare rilievo oggi per l’accresciuto senso di insoddisfazione verso i partiti avvertito da una larga fetta di cittadinanza. Insoddisfazione in primo luogo per la presa di coscienza di non poter influenzare la politica cittadina e le scelte interne ai partiti. Se a questo si aggiunge il fatto che una popolazione tendenzialmente ricca e istruita come quella bolognese ha saputo trarre vantaggio dall’utilizzo dei nuovi media, si può avere un quadro più completo del fenomeno.

Dunque la nascita e diffusione di tanti comitati sarebbe strettamente legata alla più vasta “crisi di rappresentanza” dell’ultimo decennio. Ma a livello locale, ci sono collegamenti tra la fine del PCI e queste forme di associazione emergenti?
Senza dubbio gran parte degli aderenti ai comitati sono persone che hanno avuto in passato qualche forma di partecipazione politica, come l’adesione a un partito o una militanza sindacale. Con la fine del PCI molti ex iscritti hanno semplicemente diretto molti degli sforzi e del loro tempo verso associazioni e movimenti differenti. Non è un fenomeno dissimile da quello dei “girotondi”. A Bologna gli elettori del centrosinistra temono di ripetere l’esperienza delle scorse amministrative, quando la candidata DS Bartolini perse contro Guazzaloca.

Bisogna precisare però che mentre i girotondi coinvolgono soprattutto simpatizzanti ed elettori della sinistra italiana, i comitati civici sono caratterizzati da una maggiore trasversalità, o sbaglio?
Certamente le manifestazioni e le attività dei comitati ottengono l’attenzione di una fascia di popolazione cittadina che va oltre gli iscritti a partiti (o elettori) del centrosinistra. E questo aspetto è molto importante. D’altra parte è da rilevare che la forza dei comitati spesso risiede nelle reti amicali, nei legami stretti tra gruppi di persone che condividono interessi e opinione politica. E queste reti di conoscenti o colleghi spesso sono le stesse che scendono in piazza o manifestano nei girotondi o che seguono attivamente la politica italiana. Probabilmente se non ci fossero queste occasioni di incontro, le stesse persone si incontrerebbero in un salotto di casa per parlare e discutere.

Ma esattamente chi sono queste persone che avvertono la necessità così impellente di manifestare una opinione politica o una precisa posizione riguardo a una decisione dell’Amministrazione? Ci può tracciare una sorta di identikit?
Per lo più i cittadini che aderiscono a queste forme associative provengono da un preciso gruppo sociale molto coeso. Appartengono alla stessa classe medio alta. Hanno un livello di istruzione superiore rispetto alla media. La loro età supera i 40 anni e vivono nel territorio metropolitano. Questo non vuol dire che tra gli iscritti a questi comitati non possa figurare anche un giovane lavoratore che risiede in periferia o in provincia. Da segnalare è pure il fatto che le donne costituiscono la maggioranza degli aderenti ai comitati.

E questa maggioranza di “cittadine attive” ha una motivazione precisa? È possibile che dipenda dalla posizione più defilata e di secondo piano che le donne ricoprono all’interno dei partiti politici, come spesso lamentano?
Non credo sia questo il problema. A Bologna in particolare le donne hanno sempre avuto una presenza politica significativa anche all’interno dei partiti. In particolare di sinistra. Del resto alle passate elezioni amministrative il candidato sindaco di una delle due coalizioni era proprio una donna… Si potrebbe sostenere che spesso le donne svolgono professioni con un minor orario di lavoro per cui hanno più tempo da dedicare alla partecipazione politica. Tuttavia credo che si tratti piuttosto di una tradizione della città: Bologna può vantare numerose donne che in passato si sono impegnate attivamente in politica. Per citarne solo una tra le tante Adriana Lodi ha avuto una carriera di successo prima all’interno del comune poi come deputata della Repubblica. Più che madri premurose ed preoccupate della sicurezza del quartiere, si tratta di donne interessate alla politica ed alla vita della città in tutte le sue dimensioni.

Ma aldilà della presenza maggioritaria di donne, cosa spinge una fascia di cittadini così omogenea per reddito, status ed età ad aderire ai comitati civici?
Esattamente il tipo di malessere al quale alludevamo prima. Malessere che ha due radici profonde. In primo luogo i cittadini si mobilitano contro decisioni specifiche dell’Amministrazione comunale, che vivono come imposte dall’alto. In secondo luogo va segnalato che la protesta è rivolta anche nei confronti dei partiti del centrosinistra giudicati incapaci di ascoltare il disagio della cittadinanza.

Dunque questo malessere dei cittadini bolognesi è qualcosa di diverso da un’arma dell’opposizione creata “ad arte” per sollevare il dissenso contro questa specifica amministrazione?

Molti degli aderenti ai comitati sono stati o sono tuttora militanti di partiti di sinistra. Tuttavia è altrettanto chiaro che il fenomeno nella sua complessità di rapporti e incontri sociali non potrebbe mai essere diretto e organizzato ad arte, neppure da partiti con mezzi potenti e uomini validi. Organizzazioni culturali vivaci e associazioni di cittadini attive a Bologna ce ne sono sempre state al di là dei partiti di sinistra. Vero è che in qualche caso gruppi politici e centri culturali (come l’Istituto Gramsci) possono fornire ai manifestanti supporto logistico ma questo non vuole assolutamente dire che ci sia un qualche tipo di controllo diretto della sinistra. Anzi.

E che differenza c’è tra l’organizzazione di un partito politico ed un comitato? Si può dire che i partiti si occupano dei problemi della società a 360° mentre i comitati solo di un problema?
Le differenze sono molte e complesse, oltre alla natura più o meno specializzata. Una delle più significative è quella della frequenza dei rapporti tra singoli cittadini e partiti da un lato, comitati dall’altro. Se con i primi gli incontri oggi tendono ad essere sporadici e spesso demotivanti, con i comitati le occasioni di incontro e dialogo sono più fitte. Banalmente anche per la vicinanza territoriale degli aderenti. Un’altra differenza sostanziale è la rigida struttura gerarchica dei partiti opposta alla struttura più fluida e paritaria dei comitati. Proprio grazie a questi rapporti più paritari i comitati hanno il merito di essere maggiormente ricettivi rispetto agli input della popolazione.

In questo senso i comitati trovano spazio nello scollamento tra la “base” ed i vertici di partito?
Si può dire senz’altro che i partiti politici hanno perso negli ultimi decenni la fluidità e la vivacità di un tempo. Si sono in qualche modo cristallizzati, hanno smesso di tenere aperto un canale con i propri elettori. Mentre le associazioni spontanee sono state una “sveglia”, un segnale di allarme molto utile per ritrovare una dimensione sociale e di azione collettiva. I comitati hanno in breve il merito di rendere più semplice l’interazione tra le persone di qualsiasi schieramento.

La forma partito messa in pericolo dal fenomeno del comitatismo?

No. I comitati civici sono una aggiunta rispetto alle tradizionali istituzioni. Un’aggiunta preziosa che apre spazi nuovi altrimenti inesplorati, spazi in cui è più facile ascoltare tutte le voci, è più facile avere un rapporto intenso e prendere posizione contro le eventuali decisioni sbagliate dell’Amministrazione, qualsiasi colore essa abbia.

Dunque questo fenomeno può essere considerato un arricchimento alla vita politica locale?

La dialettica sociale è sempre importante per una città come per una nazione. Le strutture dei partiti reggono e si potrebbero anche rafforzare grazie alle associazioni spontanee. La protesta diventa interessante soprattutto quando è rivolta contro l’organizzazione autoreferenziale del partito. Anche in America dove si usa dire che i partiti non sono molto forti, ciò che è maggiormente rilevante è la dialettica e l’attività continua della società civile.

A suo parere i partiti sono consapevoli della portata e dell’importanza del fenomeno?

I partiti tendono a percepire i comitati come un limite alla loro attività. Spesso non si rendono conto che la vera forza dei comitati è quella di perseguire una “politica per obiettivi” che va dritta al cuore delle persone. Loro al contrario spesso faticano a interpretare le preferenze degli elettori e le soluzioni più condivise dalla cittadinanza. Trascurano proprio l’elemento dialettico che è la cifra determinante dei comitati. Questi hanno il merito di non essere chiusi e distanti dalla vita reale: lo scambio dialettico e la politica concreta sono la carta vincente delle associazioni spontanee.

Andrea Tramontana