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Comitati
e giornalisti:
idillio difficile
Prima parte:
Identikit dei comitati
Seconda
parte:
Pubblicati e insoddisfatti
Terza
parte:
Le ragioni della redazione
|
In
principio era il comitato
Quali le motivazioni che spiegano il proliferare dei comitati nella città
di Bologna, una città che come afferma il prof. Lewanski più
di altre ha visto cittadini mobilitarsi per problemi legati alla qualità
della vita? C’è chi lo imputa a una scesa in campo dei proprietari
immobiliari e chi chiama in causa la globalizzazione. I più parlano
invece di crisi dei partiti e sfiducia nelle istituzioni.
Perché sono nati i comitati a Bologna?
Per
Fausto Anderlini la spinta iniziale per la nascita di
un gruppo di cittadini organizzato in comitato arriva dalla presa di coscienza
che nel contesto urbano “c’è un elemento intrusivo”.
Spesso la campana di allarme data da un nucleo di cittadini riguarda l’ambiente:
le persone che abitano un quartiere sono le prime a rendersi conto che
a causa di un provvedimento dell’Amministrazione o di un fenomeno
più ampio (aumento criminalità) si è passata la “soglia
di guardia”. È a quel punto che decidono di passare all’azione
e organizzarsi, solitamente protestando contro un’Istituzione: “la
forma espressiva principalmente utilizzata dai comitati è quella
conflittuale”.
Mentre Anderlini spiega questa carica oppositiva principalmente come preoccupazione
dei proprietari immobiliari di vedere deprezzato, a causa dell’elemento
intrusivo, il proprio appartamento (“che altro non rappresenta se
non un lotto fondiario”), tutti gli altri intervistati rifiutano
questa interpretazione e riconducono in modo unanime la nascita dei comitati
a una crisi del dialogo tra cittadini e amministrazione.
Il prof. Gianfranco Pasquino definisce questa situazione
come un “malessere diffuso nella città”: ricorda che
“molti dei comitati erano già attivi sul territorio da più
di vent’anni, ma il fenomeno ha assunto particolare rilievo oggi
per l’accresciuto senso di insoddisfazione avvertito da una larga
fetta della cittadinanza nei confronti dei partiti locali e dell’amministrazione”.
Afferma il prof. Rodolfo Lewanski: “mentre agli
inizi degli anni ’90 i cittadini bolognesi mostravano ancora elevati
livelli di soddisfazione nei confronti delle istituzioni si poi a poco
a poca assistito a un crollo di fiducia.” Anche la prof.ssa Pierina
Bonvecchio parla di una “sfiducia dei cittadini attivi verso le
istituzioni” e riconduce questa insofferenza alla sensazione diffusa
nei cittadini di “non sentirsi sufficientemente rappresentati”.
Ma quali sono i motivi principali dell’incomunicabilità
tra il “Palazzo” e la “Piazza”?
Di
certo le cause di questa incomprensione reciproca sono complesse. Tuttavia
ci sono due elementi fondamentali che a parere dei nostri intervistati
hanno contribuito alla nascita di nuove forme di consociativismo, di organizzazione
in comitati. Il primo è senza dubbio la crisi di rappresentanza
che ha investito i partiti politici tradizionali (vedi Partiti
e Comitati: quale dialogo?). In breve si può dire che i partiti
non sono riusciti pienamente nella loro opera di mediazione: nell’ultimo
decennio in particolare è divenuta evidente la loro difficoltà
di ascolto degli elettori e di rappresentanza dei loro bisogni all’interno
degli organi istituzionali. E questo per i proff. Lewanski e Pasquino
vale tanto per il centrodestra che per il centrosinistra.
Il secondo fenomeno da cui discenderebbe il difficile dialogo cittadini-istituzioni
è molto più ampio e va sotto il nome di globalizzazione.
Lo sostiene il sociologo Walther Orsi che ci spiega come
l’aumento di complessità e dei collegamenti tra mondo economico,
culturale, politico e religioso agiscano sul cittadino come agenti ‘ansiogeni’,
cause di malessere psicologico prima che sociale. Il cittadino si sente
tradito da quelli che fino a poco tempo prima predicavano un modello di
sviluppo che avrebbe dovuto portare a un progresso continuo e sempre più
elevato (“ci hanno raccontato che con l’auto più bella
saremmo stati meglio. Poi ci siamo accorti che la qualità della
vita peggiorava”). Delle tradizionali rappresentanze il cittadino
non ha più fiducia. Di fronte a tale senso di insoddisfazione qualcuno
si isola mentre altri “si danno una mossa”. Sono i cittadini
attivi, il vero motore dei comitati: “cominciano a pensare che è
utile coinvolgersi direttamente nelle questioni politiche e soprattutto
in quelle che riguardano la qualità della vita, che ciascuno è
in grado di misurare. Si organizzano da soli perché capiscono che
nessuno sta andando nella direzione giusta, di tutela della collettività.
Quindi c’è una specie di ripresa di una delega”. Il
cittadino insomma secondo Orsi si fiderebbe di più dell’azione
immediata e concreta sul proprio territorio di appartenenza, non per egoismo,
bensì fiducioso di poter dare un esempio e contribuire nel modo
più adeguato al miglioramento della città come piccolo angolo
del mondo.
Andrea Tramontana
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