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Comitati
e giornalisti:
idillio difficile
Prima parte:
Identikit dei comitati
Seconda
parte:
Pubblicati e insoddisfatti
Terza
parte:
Le ragioni della redazione
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Intervista
a Claudio Santini presidente dell’ordine dei giornalisti, addetto
stampa dell’Associazione Vittime della Uno Bianca
Quale rapporto tra comitati e media locali?
C'è innanzitutto un contrasto quanto alla temporalità. Le organizzazioni
spontanee della società civile, come nel caso dell'Associazione Vittime
della Uno Bianca, cercano di mantenere viva la memoria di un fatto
o di un evento, cercano di far sì che la problematica di cui si occupano
sia in perenne attualità: vogliono insomma mantenere viva e stabile l'idea
per la quale si battono. I media, d'altro canto, sono oggi in perenne
movimento. Da una recente indagine è emerso che alle redazioni arrivano
un numero incredibile di notizie al minuto dalle agenzie. I giornali sono
presi da un flusso perenne di notizie e perciò un cronista non può mai
tuffarsi due volte nelle stesso fiume. Una notizia caccia inevitabilmente
l'altra: per i media vale l'hic et nunc. Su 1000 notizie che arrivano
in una redazione solo 120 trovano spazio sul giornale e solo 12 in un
telegiornale. E le altre 880? Vanno nel dimenticatoio. Tra l'altro, di
queste 120 le prime 12 saranno senz'altro quelle che ha trattato la televisione,
perché in Italia c'è una preminenza della tv sulla carta stampata. L'agenda
setting, vale a dire l'ordine di priorità dei fatti da trattare, viene
stabilita dal telegiornale che fa percepire l'importanza di una notizia.
La stampa quindi si muove al ritmo della tv.
Come conciliare queste due temporalità così differenti?
Ci sono varie modalità. Quando i fatti storici sono già passati molte
volte sui giornali e in televisione, e quindi non sono più attuali, può
succedere che quegli eventi siano fatti diventare una fiction,
rielaborandoli per adattarsi ai canoni televisivi. In questo modo la vicenda
torna ad essere attuale. Il passaggio è il seguente: attualità- non attualità-
fiction. Ciò è avvenuto per esempio con il caso della Uno Bianca da cui
è stato tratto un serial diretto da Michele Soavi andato in onda su Canale
5. Per un periodo si è ritornati a parlare di quei tragici avvenimenti.
Ma sono poche le vicende che si prestano a una drammatizzazione televisiva.
Come si devono allora comportare i comitati?
Un altro modo per conciliare le due temporalità è la creazione da parte
dei comitati di eventi che siano "notiziabili" per i giornali: devono
cioè inventarsi qualcosa che si imponga all'attenzione al di là del valore
intrinseco del messaggio.
Inoltre i comitati farebbero bene ad acquisire le regole della moderna
comunicazione: la conferenza stampa si fa al mattino e non nel pomeriggio
perché il cronista deve avere il tempo di scrivere il pezzo. Sarebbe anche
utile che imparassero a sfruttare la cosiddetta funzione traino: se c'è
un fatto di cronaca nazionale che è attinente al tema del comitato questo
deve sfruttare il momento e organizzare manifestazioni perché i giornali
saranno più disposti a concedere spazio al suo evento e alla sua problematica.
Un ultimo consiglio: darsi alle nuove tecnologie.
Ritiene quindi che comitati e associazioni civiche dovrebbero sfruttare
la rete?
Sì, tramite i siti web i comitati possono stabilire un rapporto diretto
con la cittadinanza per informarla delle proprie iniziative. C'è naturalmente
il problema del digital divide, ma gli strumenti tecnologici possono
essere molto utili. Nel nostro caso sul sito web è consultabile tutto
il materiale sui processi della Uno bianca: se una persona abita a Milano
è molto comodo guardare on line i documenti piuttosto che venire a Bologna
a visionarli di persona. Noi riteniamo sia poi molto importante coinvolgere
i giovani: per il monumento alle vittime della Uno bianca abbiamo bandito
un concorso tra i ragazzi delle scuole, in questo modo li abbiamo sollecitati
ad informarsi
E i giornali come potrebbero impostare un dialogo più proficuo coi
comitati?
Innanzitutto dovrebbero riflettere sul loro lettore modello che è cambiato.
Non legge più il quotidiano dalle 8 alle 10 del mattino, ma dalle 14 alle
18. E' un lettore che arriva al giornale dopo aver già ascoltato notizie
alla radio e telegiornali: non vuole trovare sulla carta stampata ciò
che sa già, ma notizie di approfondimento. Purtroppo la classe dirigente
dei giornalisti ha un'immagine distorta del proprio lettore. Quando vado
in redazione e parlo coi capicronisti o coi direttori chiedo "che cosa
dai al lettore?" e la risposta è "do al lettore quello che il lettore
vuole". E io replico "ma se tu dai al lettore quello che il lettore vuole
perché i lettori diminuiscono sempre di più?". Evidentemente chi dirige
i giornali non ha una chiara visione del proprio lettore. Ma anche i lettori
hanno talvolta degli stereotipi sull'informazione.
Quali per esempio?
Io non condivido la tesi di chi vede i giornali necessariamente schierati
politicamente. L'aspetto principale è invece la mercificazione dell'informazione.
I giornalisti sono purtroppo schiavi della pubblicità. Riescono ad avere
un certo margine di autonomia solo quei programmi che hanno tanto successo
da potersi permettere, una volta perso un inserzionista, di trovarne subito
un altro, come per esempio Striscia la notizia.
Irene Romano e Alessandra Mariotti
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