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Comitati e giornalisti:
idillio difficile


Prima parte:
Identikit dei comitati

Seconda parte:
Pubblicati e insoddisfatti


Terza parte:
Le ragioni della redazione


Cittadini Attivi

La parola a Chiara Sebastiani

Chiara Sebastiani insegna Scienza dell’amministrazione e governo locale alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna


Quando si è occupata di comitati cittadini e che metodologia ha seguito per la sua ricerca?

Nel 2001 ho indagato una specifica tematica: il riassetto di spazi pubblici urbani e, nello specifico, le piazze. Per la mia ricerca ho lavorato sul materiale pubblicato dalla stampa e sul monitoraggio di forum online. Ho fatto inoltre analisi qualitative sui comitati.

Che idea si è fatta sull’origine del fenomeno comitati a Bologna?
I comitati nella nostra città nascono dalla dissoluzione dei partiti politici, in particolare il PCI. A Bologna tutta la partecipazione politica era legata in primo luogo al Partito Comunista e alle associazioni cattoliche. Gli aderenti frequentavano la sezione, luogo di dibattito e di aggregazione della domanda politica dal basso. Declinata la forma partitica, che svolgeva un ruolo di mediazione fra la base e i vertici, entra in crisi il dialogo fra cittadini e amministrazioni, così come si frammentano i luoghi aggregativi di formazione e confronto delle opinioni.

Si può dire che con il comitatismo la cittadinanza cerca di rifondare un contatto con l'Amministrazione che bypassi la mediazione partitica?
Sì. Oggi il contatto con l’amministrazione si sta ricomponendo sul modello statunitense: gruppi dal basso che cercano un rapporto diretto con l’amministrazione, società civile che si costituisce come società politica.

Volendo elaborare una tipologia di comitati, quali criteri potremmo seguire?
Una tipologia può essere fatta sulla base delle problematiche trattate, ma anche dei differenti modi di impostare lo stesso problema. Succede che su una singola issue si sovrappongono o si succedono vari comitati che inquadrano tale issue in termini assai differenti (a proposito della riqualificazione di Piazza Aldovrandi c’era chi aveva in mente la creazione della piazza come spazio pubblico, chi articolava un discorso di salvaguardia in termini estetico-architettonici, chi parlava di pedonalizzazione ecc.).
La seconda variabile è la generalità delle tematiche di mobilitazione. Si possono distinguere comitati con obiettivi di tipo più generale, riguardanti tutta la città e comitati che si concentrano sul problema specifico di una determinata zona, secondo la cosiddetta “sindrome da condominio”. Fra queste due tipologie ne esiste una intermedia: un esempio è il comitato di via Broccaindosso che è relativo a una via, ma che non è nato su un problema specifico di questa, ma con l’intento più generale di rivitalizzarla, produrvi occasioni di contatto sociale. Anche nei comitati antismog c’è chi fa un discorso ambientalista generale (città più vivibile) e chi tratta il problema specifico di una zona, nonostante la base comune di partenza. C’è poi una terza variabile.

Quale?
Ci sono comitati che nascono per difendere una situazione o uno spazio e comitati che nascono invece più per promuovere qualcosa. La differenza è fra chi inquadra l’azione in termini più difensivi e chi invece cerca di fare un discorso più progettuale, avanzando proposte e cercando di sondarne gli effetti sulla cittadinanza.

E per quanto riguarda la stabilità di queste forme di organizzazione spontanea?
Esistono differenze anche a questo proposito: alcuni comitati sono realtà molto effimere, altri tendono a operare stabilmente sul territorio, trasformandosi a volte in associazioni o entrando a far parte di un tessuto associativo magari con sinergie.

Chi sono i cittadini che sentono la necessità di fondare un comitato?

A far parte dei comitati è la “cittadinanza attiva”, a volte rappresentativa di gruppi specifici come i piccoli commercianti. In genere questa cittadinanza attiva è impegnata non in uno, ma in più gruppi e associazioni. C’è molto intreccio. Questa pluriappartenenza mi sembra una caratteristica tutta bolognese. Ovviamente stando così le cose, diventa difficile quantificare quanto è esteso e pesa il comitatismo. Come per la tipica organizzazione partitica, penso che esista un nucleo iperattivo di attivisti (che sono sempre i soliti) e la cerchia dei simpatizzanti mobilitabili in certe occasioni.

Per quanto riguarda età, occupazione e genere?

I protagonisti del comitatismo sono i ceti medi riflessivi, in genere dai 35 anni in su; si tratta del ceto medio impiegatizio, professionisti, insegnanti. Grandissima la partecipazione delle donne.

A proposito dell'appartenenza politica?
Per quanto riguarda la vicinanza politica, diciamo che ci sono gruppi che tematizzano il problema con categorie, linguaggi e rappresentazioni tipici del centro-destra e altri con categorie e linguaggi tipici della sinistra. Sembra però che una disponibilità alla partecipazione attiva rientri prevalentemente nel patrimonio genetico di chi si richiama alla sinistra; questo aspetto è tuttavia da studiare, visto che potrebbe trattarsi di una rappresentazione mediatica. Personalmente comunque, vedo una sovrapposizione fra grande attivismo e centro-sinistra. D’altra parte nelle categorie del centro-destra ci si richiama alla tradizione liberale classica e alla rappresentanza, mentre è tendenzialmente propria della sinistra l’idea che il voto da solo non basti e che siano necessari meccanismi partecipativi diretti di altro tipo (democrazia partecipativa). Ho inoltre notato che chi è vicino alla sinistra ha la tendenza ad articolare i problemi in termini più generali: la democrazia partecipativa infatti trae la sua legittimità dall’idea di riuscire ad articolare e proporre interessi generali, mentre dall’altra parte abbiamo una concezione più individualistica del pluralismo (ognuno difende i propri interessi; la democrazia sta nel fatto che tutti lo possono fare). Studenti e immigrati sono praticamente assenti all'interno dei comitati. Eppure un programma di riqualifica dello spazio urbano promosso da molti comitati dovrebbe coinvolgere anche chi, pur non essendo residente è comunque utente del suddetto spazio. Il fatto è che il bolognese è altamente territoriale; studenti e immigrati sono percepiti spesso come invasori per cui si pongono le basi per un conflitto più che una cooperazione fra residenti e city users. C'è un'idea ristretta di cittadinanza, circoscritta entro le mura della città. La cerchia muraria è un elemento simbolico di estrema rilevanza: non a caso ENTRO le mura si concentra il grosso del comitatismo. L'idea veicolata è quella di una riappropriazione DIFENSIVA, di una riqualificazione del territorio non per tutti ma per i soli residenti del centro storico.

Soffermiamoci sulla concentrazione dei comitati entro il perimetro delle mura. Non è così in altre città come Milano, dove i comitati proliferano nella zona intermedia fra centro e periferia, o sbaglio?
La periferia bolognese - e penso a zone come Bolognina, Corticella, Mattei - è una delle realtà meno rappresentate. La mia esperienza mi dice che anche se ci sono comitati qui, non riescono a farsi sentire. Ci sono più che altro associazioni che tentano con grande difficoltà di animare una periferia difficile, spesso ghetto per gli immigrati.

Dall'analisi dei vari comitati cittadini emerge qualche modello organizzativo generalizzabile?
Il modello organizzativo è quello reticolare, orizzontale, lontano insomma dalla struttura verticale e gerarchica del partito. I comitati stanno attualizzando l’idea del community network statunitense, esperienza differente rispetto alle reti civiche promosse dalle istituzioni. Il community network è uno strumento per collegare una comunità territoriale specifica, associando al contatto off-line quello on-line. Gli esponenti dei comitati bolognesi, appunto, sfruttano la rete e, nello specifico, posta elettronica e forum: strumenti che risultano efficaci, ma efficaci in quanto sovrapposti a relazioni dirette. Il modello organizzativo dei comitati è quindi basato su contatti personali che, grazie alle tecnologie telematiche, hanno una forte capacità di moltiplicazione.

Concludendo, in che direzione si muove il comitatismo? E' possibile individuare tendenze di sviluppo o è presto per fare previsioni?

Sicuramente posso dire che i comitati si stanno strutturando come forza che può andare a incidere nel momento elettorale, il loro peso politico sta aumentando. Ci si sta avvicinando al modello politico elettorale americano di democrazia pluralista.

Giulia Poggiolini