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UN
PRETE PER AMICO
Nel cuore della zona
universitaria, c’è qualcuno sempre pronto ad ascoltare gli
studenti in difficoltà: è don Pierluigi, da oltre 30 anni
punto di riferimento per fuorisede in cerca di conforto.
Si chiama don Pierluigi, ma i ragazzi che lo conoscono lo chiamano
semplicemente Pier: è il parroco di una piccola chiesa situata
proprio nel cuore della zona universitaria, a due passi dalla mensa di
piazza Puntoni. Forse anche grazie a questa posizione strategica,
don Pierluigi è divenuto per molti studenti universitari un punto
di riferimento, qualcuno con cui parlare e confrontarsi, a cui chiedere
aiuto. Lo abbiamo incontrato per cercare di capire meglio qual
è dal suo punto di vista la condizione degli studenti fuorisede
a Bologna.
"Prima di tutto sono convinto che gli studenti fuorisede
abbiano una marcia in più - sentenzia il sacerdote - credo
cioè che l’innegabile svantaggio di essere lontano da casa,
separati dalla famiglia e dagli amici, dalla propria realtà d’origine,
si traduca in una marcia in più rispetto agli studenti bolognesi,
che consiste nella consapevolezza di un impegno e di una responsabilità
maggiori.” I fuorisede volenterosi tendono a intensificare
il proprio impegno, consapevoli che la maggiore durata del periodo degli
studi comporta il dover pesare più a lungo sulle spalle dei genitori.
Don Pierluigi ci spiega come un ragazzo che decide di andare a studiare
in un’altra città compia prima una sorta di autovalutazione,
che si traduce nella certezza di ciò che lo aspetta e del fatto
di doversi preparare per essere in grado di affrontare la nuova realtà.
Per questo quando arriva è più motivato, più preparato
di uno studente bolognese. Chi non ce la fa, è perché si
trova alla prova dei fatti in due casi estremi: la sopravvalutazione delle
proprie capacità o la sottovalutazione delle difficoltà
oggettive che si incontrano qui.
"Le difficoltà - continua il parroco - non sono tanto economiche:
chi decide di studiare lontano da casa, comunque lo fa perché se
lo può permettere, perché può contare su borse di
studio e agevolazioni, perché i genitori lo mantengono… Non
si spiega altrimenti come certi ragazzi preferiscano spostarsi anche di
migliaia di chilometri per venire a Bologna piuttosto che studiare nelle
università più vicino a casa e non si spiegherebbero nemmeno
gli alti costi degli affitti, che hanno raggiunto livelli impensabili
per uno studente.”
Secondo don Pierluigi i maggiori problemi che un fuorisede deve
affrontare riguardano piuttosto l’ambito umano, relazionale, “sociologico”:
difficoltà di trovare amici e persone con cui stringere legami,
con cui “fare gruppo”. Il gruppo in cui uno studente fuorisede
finisce per inserirsi avrà poi molta importanza nel determinare
come affronterà la vita universitaria; in base alla sua
esperienza pluridecennale a stretto contatto con i ragazzi ci sono due
tipologie di fuorisede: quello che si impegna maggiormente nello studio,
raggiungendo risultati spesso migliori della media degli altri studenti,
e laureandosi in corso, e quello che si perde nei rivoli dell’“ubriachezza”
che una città come Bologna offre, perdendo tempo e restando indietro
con gli esami. “Devo ammettere che personalmente ho conosciuto più
fuorisede che appartengono alla prima categoria, ma non so se questa percentuale
rifletta effettivamente la situazione reale.”
Il sacerdote ha individuato un’ulteriore distinzione possibile,
quella tra i fuorisede che hanno la volontà di far ritorno dopo
la laurea nella città d’origine e quelli invece che sono
propensi a restare qui: “Sembra strano a dirsi, ma questa
propensione per il restare o il tornare a casa appartiene al fuorisede
da subito e lo accompagna durante tutto il periodo di studi universitari,
costituendo spesso un criterio di scelta per talune decisioni, dal trovarsi
un dentista qui a entrare in qualche associazione.”
Chiediamo a don Pierluigi per quali motivi i ragazzi si rivolgono
proprio a lui. “Credo sia soprattutto perché qui
trovano sempre una porta aperta, qualcuno che è disponibile ad
ascoltarli e ad accoglierli. Ho notato che i fuorisede sono più
attenti degli studenti bolognesi, si guardano attorno, leggono di più
i manifesti e i cartelli, sono più aperti e ricettivi, e nello
stesso tempo più guardinghi. Chi si rivolge a me ha già
una dimensione religiosa, intesa in senso lato, che non vuole perdere:
quello che trova qui è in sintonia col suo pensiero, più
o meno vicino a seconda della sua personale condizione.”
Per chiudere l’intervista poniamo al sacerdote la questione dell’esistenza
o meno di servizi che l’università garantisce esclusivamente
agli studenti fuorisede in quanto categoria bisognosa di particolari attenzioni:
ci risponde che non gli risulta esistano, ma sostiene che ci siano bisogni
più o meno espressi, necessità sopite da stimolare, disattese
perché non corrisposte o semplicemente non emerse perché
manca l’offerta. “La chiesa di San Sigismondo in largo Trombetti
potrebbe diventare lo sportello religioso degli universitari, soprattutto
studenti, a fortiori fuorisede. Sarebbe una sorta di parrocchia per gli
studenti fuorisede, che vogliono continuare a vivere attivamente la loro
fede e il loro legame con la Chiesa anche lontano dalla propria parrocchia
d’origine. Oggi però il decentramento non solo delle sedi
universitarie, ma anche degli alloggi dei fuorisede, ormai sparsi anche
al di fuori del territorio comunale, rende impensabile che un unico punto
nel centro della zona universitaria possa rispondere efficacemente ai
bisogni e alle necessità reali.”
di Elena Stagni, partecipante
al laboratorio formativo permanente "Professione Cittadino"
della laurea specialistica in Comunicazione pubblica, sociale e politica,
anno accademico 2003-2004
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