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Condividiamo per un giorno la fatica dei ciclisti. Quelli veri
BICI, SALSICCE E PASSIONI AL GIRO D’ITALIA
Un’esplorazione nel mondo degli appassionati della corsa rosa


11 maggio ’04
Appena arrivati ci accoglie il simbolo italiano del successo. Ovunque ci sia un evento che attira tanta gente non può mancare il piadinaro/porchettaro/paninaro, a seconda dell’italica latitudine in cui ci troviamo. Stavolta siamo Silla, ai piedi del Corno alle Scale, provincia di Bologna e quindi l’inevitabile odore di salsicciacipolla (sì, scritto tutto attaccato perché è così che ti arriva l’effluvio gastroculinario) arriva da un piadinaro. Sta parcheggiato al lato della strada dove tra parecchie ore avverrà la lotta per la maglia rosa.
Ci sono tanti svolazzanti fogli della Gazzetta dello Sport quanti ciclisti che si stanno arrampicando sui trentachilometri della salita (sì, anche questi scritti tutti attaccati, perché se sei duro e puro devi farli tutti di un fiato senza mettere mai giù il piede).
Esistono principalmente due categorie di ciclisti che vengono ad assistere alla tappa. I “convinti” (diminutivo di “convinti di essere dei fenomeni”) con colorate uniformi del gruppo ciclistico di cui fanno parte, ultra tirati, con gambe tornite e depilate. Poi ci sono improbabili pance da tagliatella e sangiovese che arrancano come possono sulle rampe.
La distribuzione del pubblico lungo il percorso (che, giova ribadirlo, è maledettissimamente inclinato verso l’alto) tiene fatalmente conto delle sopraccennate due categorie: inesorabilmente in basso le pance, spavaldamente in cima i depilati.
Fino a Gaggio Montano la salita è “pedalabile”, come dicono i giornalisti quando commentano una tappa. Quello che però non dicono mai è che anche quando la salita è “pedalabile” si fa una faticaccia infame. Ci vuole circa un’ora per arrivare a Vidiciatico, dove comincia la salita vera, quella che porta ai 1400 metri (e oltre) di altitudine del Corno. Da Lizzano si congiunge la strada che arriva dal versante toscano e infatti arrivano mandrie di ciclisti che assicurano “…he ll’è proprio dura”.
Mancano 6 km all’arrivo. Fin qui si è scherzato. Il pezzo duro comincia ora, si gira a sinistra: chi ha gambe, fiato e coraggio li usi. Vedere una salita dura è scoraggiante. La vedi lì davanti a te che si inerpica inesorabile e tu sei già stanco. Poi vedi in alto la gente che incita tutti quelli che passano, assiepata sui tornanti, ma molto più su di dove sei. Meglio stare a testa china sul manubrio.
Mancano 4 km all’arrivo. La gente ti incita e questo è un premio per la fatica che hai fin lì fatto. Le pendenze si aggirano sul 12-13 %: ciò significa che, a mille metri di altezza, stiamo scalando una rampa di garage di cui non si vede la fine. Fa un freddo incredibile: si vede il fiato ogni volta che ansima. Ai lati della strada c’è neve, tanta neve. Tutti i ciclisti sono in pantaloncini e magliette a maniche corte. Ma nessuno ha il tempo di lamentarsi per il freddo: la sofferenza è troppa.
Mancano 2 km all’arrivo. I professionisti scatteranno qui, c’è la rampa più dura. I comuni normali vanno avanti solo con l’ostinazione ma molti sono già a piedi e spingono. Uno striscione recita un goliardico “no al doping sì al lambrusco” e tutti sono molto d’accordo.
Mancano 1500 m all’arrivo. Non si valuta più la distanza in chilometri: adesso, oltre i 1000 metri di quota, con la neve tutta attorno, ogni centinaio di metri costa sforzi enormi. Le gambe sono dure, non girano più come prima.
Mancano 1000 m all’arrivo: comincia il tratto transennato, quello che porta al traguardo. Ci si sente tutti veri eroi: si passa tra due ali di folla che incitano i ciclisti nonostante tu non sia nessuno. Non hai più forza ma l’esaltazione di essere arrivato lì ti fa salire sui pedali e scattare. Per due metri, poi il male fa ripiombare sul sellino.
L’arrivo, finalmente l’arrivo. I Carabinieri scacciano malamente tutti quelli che arrivano: grande dimostrazione di sensibilità. In macchina arrivano tutti i giornalisti, in bici invece stanno arrivando Moser e Conti. Lungo tutto il percorso ci sono scritte e striscioni per Pantani ma qui c’è il più bello: “il pirata è già arrivato”
L’attesa per il passaggio dei professionisti è lunga: circa due ore e il freddo si fa sentire. Tutti si coprono come possono. Arrivano le prime notizie: “sono alla Venturina” “sono a Gaggio” , “c’è Simoni da solo”.
Ma eccoli finalmente. Simoni va a vincere passando tanto veloce che non si riesce manco a fotografarlo. Tutti sfrecciano “a busso” (come commentano i bolognesi). Ci si sente tutti un po’ sminuiti: in questo tratto noi comuni mortali eravamo piantati, il contachilometri fisso a 6-7 km/h mentre questi vanno su ai 20 all’ora. Passa Cipollini: sono passati proprio tutti, si può scendere. Sono quasi le sei, fa freddo e in discesa ci saranno mille persone tutte assieme. Bisogna fare attenzione. In mezzo a noi scendono anche i professionisti: anche in discesa il confronto è imbarazzante.
La giornata è finita: la passione (solo quella) ha spinto in cima tanta gente al di là della fatica e della durezza della salita. Simoni, Garzelli, Popovych e Cipollini sono velocemente sfrecciati davanti agli occhi di queste persone per pochi secondi, dopo ore di attesa. Ma quello che tutti ancora amano “è già arrivato”. Il commento di un toscano: “Il Pirata l’era tutta n’altra hosa”.


di Riccardo Pirazzoli,
partecipante al laboratorio formativo permanente "Professione Cittadino" della laurea specialistica in Comunicazione pubblica, sociale e politica, anno accademico 2003-2004

 

Laboratorio Formativo Permanente - Laurea Specialistica in Scienze della Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica - Università di Bologna