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INTERVISTA
A ORIANO CARANTI, MONTE SOLE BIKE GROUP
Caranti conosce ogni metro di pista ciclabile bolognese: bisogna collegare
i vari spezzoni e segnalare in modo efficiente i percorsi. Ma bisogna
accettare qualche compromesso: le guerre con pedoni e automobilisti sono
inutili.
Togliamoci
ogni dubbio: ci sono poche piste perché Bologna è poco adatta,
urbanisticamente, alla bici?
Bologna è una città molto ciclabile: è stata fatta
una piantina che evidenzia sia i 43 km di ciclabili esistenti sia quelli
progettati. Per più di tre quarti (zona collinare a parte) la ciclabilità
è dovrebbe essere un obbligo per chi disegna l’assetto urbano.
Allora forse non si fanno ciclabili perché costano molto?
Un sistema di piste non costerebbe molto ma produrrebbe tanti benefici
sia in termini di traffico sia in termini di salute. Non ci sono altri
mezzi se non la bicicletta per salvare Bologna.
Per essere concreti: quanto tempo si impiega a girare Bologna
in bici?
In dieci minuti dal centro si possono raggiungere tutti i viali di circonvallazione
e da lì tutta la città. Bologna non è certo enorme:
in una giornata si possono percorrere in breve tempo tanti chilometri…
senza nessuna fatica eccessiva. Oggi però la pessima qualità
dell’aria e il traffico scoraggiano i potenziali ciclisti.
Ma è realizzabile un progetto che renda ogni punto della
città raggiungibile pedalando?
Faccio un esempio concreto. In Germania, a Colonia, ci sono 1600 km ciclabili:
il concetto fondamentale è che si deve avere la possibilità
di arrivare ovunque con la bici. Una mamma mette il bambino sulla pista
ed è sicura che potrà arrivare a scuola. Là esiste
il concetto di “rete” di piste, che collegano, avvolgono tutta
la città.
Interessante questo concetto di rete. Qui si è mai pensato
a un progetto che ne tenesse conto?
In Germania si progettava pensando in primis all’automobile ma poi
si sono accorti dell’errore: adesso si pensa sicuramente all’autostrada
e alle strade principali ma anche alle ciclabili e ai marciapiedi.
Noi siamo invece in ritardo: ciò spiega gli spezzettamenti esistenti
lungo le piste. Ma inoltre sono state perse tante opportunità:
via San Felice e via Sant’Isaia hanno perso la ciclabile perché
non sono state sfruttate le vie secondarie (come il Pratello) che passano
nelle adiacenze…vie molto meno trafficate. Non penso che via San
Vitale o via Indipendenza potranno mai diventare una ciclabile ma si potrebbero
usare le viuzze come Belmeloro e Altabella.
Spezzettamenti a parte, spesso sulle piste si trovano pedoni,
cani, scooter, a volte automobili. Si possono risolvere questi conflitti?
I conflitti ci sono e probabilmente rimarranno sempre: la rete stradale
di questa città è stata progettata non per le bici ma per
le auto. L’antico costruttore mai e poi mai avrebbe potuto prevedere
un tale soprannumero di automobili. Si progettava cercando di spianare
gli ostacoli che si presentavano davanti agli automobilisti… oggi
non lo rifarebbero!
Esistono esempi di progettazione “illuminata”?
Certo, ci sono situazioni ambientali e giunte favorevoli. Pensiamo a Casalecchio:
là hanno costruito una passerella che ha eliminato tanto traffico
ma non sempre si presentano queste condizioni favorevoli.
Conflitti forse non del tutto eliminabili, molte troppe auto,
traffico asfissiante: allora dove far passare le ciclabili? Sotto i portici?
I portici non si toccano. Sarebbe una guerra persa in partenza fare una
proposta del genere: contrasta la storia stessa della città. Occorre
invece sfruttare tutti i marciapiedi possibili: per esempio, via del Chiù
potrebbe essere collegata alla stazione, sostituendosi alla trafficata
via Saffi.
Curve cieche, passi carrai che immettono direttamente sulle piste,
scarsa manutenzione. Si potrebbe gestire meglio i km già esistenti?
Guardi, io sono convinto che finora non sia stato fatto niente! Se così
si può dire, un passo avanti è rappresentato dai 43 km esistenti.
Dato che le piste ciclabili sono state mal gestite dalle passate
giunte comunali, quali sono ora i pericoli maggiori per i ciclisti?
Si stanno facendo ovunque rotatorie: ciò significa mettere la città
totalmente a disposizione dell’auto. Per evitare ingorghi si velocizza
lo scorrimento del traffico ma così sia i pedoni sia i ciclisti
non sono considerati! Per loro hanno messo dei semafori a chiamata…
ma questo contrasta proprio col principio della rotatoria perché
finisce per bloccare il traffico. Il sistema di rotatorie per il ciclista
è micidiale: il Domani si è occupato del tema, anche un
giudice si è pronunciato sulla pericolosità delle rotatorie
ma a parte questo, silenzio.
Quindi cosa si dovrebbe fare?
Sono necessari percorsi ciclabili lontani dalle rotatorie e dalla strade:
a Bologna non ci ha mai pensato nessuno! E così si è proceduto
in maniera spezzettata.
Non trova che oltre a essere spezzettate siano anche prive di
segnalazioni efficienti?
Certo, questa è un’ulteriore nota dolente. Il quartiere Reno
è un positivo esempio di zona in cui ci sono molti tratti ciclabili
ma manca anche qui (come in ogni altra zona) una segnaletica coerente:
ci sono molte rotatorie che, conoscendo bene il quartiere e zigzagando
possono essere evitate. Ma, ripeto, la segnaletica ciclistica è
inesistente.
Ha ribadito più volte i vantaggi derivanti dall’uso della
bici: più salute, meno smog, meno traffico, spostamenti veloci,
comodità, città a dimensione d’uomo. Cos’ha
ostacolato il diffondersi di una cultura della bici?
A Bologna, nelle zone del centro, c’è ancora oggi un senso
di vergogna nell’usare la bici: è ancora considerata come
il mezzo dei poveretti! Sopravvive una visione classista che rende la
bici solo l’ultimissima risorsa: la tirano fuori dalla cantina tutta
impolverata solo quando si rendono conto che non possono girare in modo
diverso!
In periferia la situazione è molto diversa, la bici è accettata.
Ma lì è anche più facile circolare.
A cura di Riccardo Pirazzoli, partecipante al laboratorio formativo "Professione
Cittadino" della laurea specialistica in Scienze della comunicazione
pubblica, sociale e politica- anno accademico 2003-2004
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