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LO SGUARDO DELL'ESPERTO
La prof.ssa Chiara
Sebastiani, docente di Scienze dell’amministrazione e governo
locale alla Facoltà di Scienze Politiche, nonché presidente
della commissione "Cultura, Università e pari opportunità"
del quartiere San Vitale, ci spiega che ci vogliono spazi misti
d'incontro tra residenti e studenti perché entrambi si
sentano cittadini della stessa Bologna.
Prof.ssa
Sebastiani in che termini si pone il rapporto tra studenti e residenti
riferendoci in particolare alla zona universitaria?
E’ una questione di percezione. Innanzitutto, per rendersi veramente
conto della situazione, bisogna valutare il peso reale del fenomeno, proprio
in senso quantitativo. Dobbiamo partire dai dati: quanti sono gli studenti,
quanti fuori sede, quanti invece residenti? E soprattutto dove sono, come
sono dislocati sul territorio? Il fatto è che manca o è
poco nota una seria analisi della composizione sociale e demografica della
città. Non c’è una chiara rappresentazione della vita
studentesca a Bologna oggi. Se ad esempio guardiamo al mondo della cultura
e dello spettacolo, in questi ultimi tempi vediamo solo film o discorsi
sulla scena giovanile bolognese degli anni passati. In particolare gli
anni 70, in cui la voce degli studenti era forte e la voglia di attivarsi
e di contare guidava le loro mobilitazioni. Ora invece sembra non esserci
un desiderio di partecipazione.
E dove vanno ricercate le cause?
Innanzitutto il sentimento di appartenenza: gli studenti si sentono sfruttati,
senza spazi pubblici gratuiti adeguati alle loro esigenze, visti semplicemente
come soggetti che consumano. D’altra parte bisogna tener presente
che le relazioni, nella società in cui viviamo oggi, sono plasmate
dal mercato e questo porta ad identificarci reciprocamente come consumatori
e venditori. Ma solo superando un modello sociale così impostato
sarà possibile cominciare a sentirsi effettivamente cittadini.
Anche se, per agire in tal senso, dobbiamo prima porci una domanda importante:
siamo seriamente convinti di volere una società basata sulla cittadinanza?
Cittadinanza vuol dire anche convivenza. E vivere insieme significa
relazionarsi in un certo modo. Come si percepiscono studenti e residenti
nei loro rapporti?
C’è un’ostilità reciproca, ma non dovuta a reciproche
percezioni stereotipate. Intendo dire che non è una questione di
studenti sentiti come “invasori” e residenti come “difensori”
dello spazio cittadino. Piuttosto, sono altri fattori a spiegare l’ostilità.
Da una parte, una reciproca ignoranza o indifferenza. Penso a quella che
c’è tra Università e territorio: non si conoscono
per nulla l’un con l’altra. Il fatto è che non si è
ancora riflettuto sul modello di convivenza che vogliamo. Dall’altra
parte invece, esiste una segregazione spaziale e sociale che in qualche
modo viene anche perseguita dalle istituzioni. Ci sono infatti pochi spazi
per così dire “misti”, frequentati cioè da generazioni
diverse, che si possano così incontrare e dialogare. E mondi diversi
senza possibilità di ritrovarsi e mescolarsi non potranno nemmeno
conoscersi.
Conoscenza reciproca come punto di partenza, quindi. A questo
proposito un’occasione di incontro e dialogo tra i soggetti è
rappresentata dal Tavolo di
concertazione e confronto sulla zona universitaria, istituito dal
Quartiere San Vitale. Cosa ne pensa?
Penso che sia un’esperienza valida, ma a condizione che sia gestita
bene, coinvolgendo davvero tutte le parti in causa. Il Tavolo è
uno strumento istituzionale, attraverso cui è il quartiere che
si impegna a tener conto delle varie posizioni e a favorire il dialogo.
Ci sono indubbiamente delle difficoltà e in questo gioca un ruolo
fondamentale l’“humus” in cui si va ad inserire. Se
in un ambiente sociale è presente una certa abitudine al confronto,
non limitata soltanto a momenti occasionali, si sviluppa più facilmente
un’interazione tra le generazioni.
Lei era presente alla riunione del Tavolo nella duplice veste
di rappresentante dell’Università e di presidente della commissione
“Cultura, Università e pari opportunità” del
quartiere…
Infatti non è un caso che siano state coinvolte le componenti universitarie
al Tavolo. Anche se ad esempio l’Università come istituzione
al primo incontro non riuscì a partecipare, altre associazioni
non sono state specificamente invitate o pur contattate non si sono presentate.
Ma il vero problema è un altro…
Di cosa si tratta?
Non ci sono momenti di confronto sistematici. La partecipazione va favorita
con un’informazione più capillare, inviti più espliciti.
Va mobilitato il confronto. Ora chi si mobilita sono per lo più
i comitati, che rappresentano però un momento pre-politico. La
questione poi si deve necessariamente spostare alla politica vera e propria.
E qui il problema è di governo della città, di politiche
di sviluppo che devono tener conto di due aspetti. Primo, la mancanza
di un rapporto tra i gruppi sociali che non sia unicamente mediato dalla
convenienza e dallo sfruttamento economico. Penso agli studenti, ad esempio,
che si aspettano di vivere in una vera città, non in un campus
o collegio universitario all’americana. Secondo, nel rapporto tra
i diversi gruppi e generazioni, mancano immagini reciproche, proprio perché
non si incontrano e non si conoscono abbastanza. Ed entra in gioco anche
una certa influenza che hanno le rappresentazioni mediatiche di stampa
e televisione, che mostrano solo zone limitate del centro storico, trascurando
ad esempio le realtà periferiche e rafforzandone magari una determinata
percezione. E’ anche da qui, dunque, che si dovrebbe partire per
cominciare a relazionarci come cittadini della stessa Bologna.
.
24-01-2005
Chiara Mistri
partecipante al laboratorio formativo "Professione Cittadino"
della laurea specialistica in Scienze della comunicazione pubblica, sociale
e politica-anno accademico
2004-2005
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