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Nuovi Cittadini-Malgrado il degrado
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LA
PAROLA A UBIK
Il gruppo studentesco Ubik è molto attento alle problematiche della
zona universitaria: l’ha studiata realizzndo poi delle vere e proprie
UbikAzioni in cui ha coinvolto anche i residenti. Un esempio da imitare?
Ce ne parla Michele.
La
zona universitaria è frequentata da molti studenti e ci stiamo
chiedendo se e in quali modi si attivino sulla questione “degrado”.
Il gruppo Ubik ne ne occupa? Propone iniziative per rivitalizzare via
Zamboni e dintorni?
In nostro gruppo è nato proprio per investigare e analizzare lo
spazio urbano, zona universitaria in primis. Volevamo capire che cosa
fosse questo degrado e in che termini se ne dovesse parlare. La situazione
in Piazza Verdi stava diventando invivibile, soprattutto dopo quelle famose
“ordinanze anti-bivacco” che la giunta Guazzaloca aveva adottato.
Ci rendevamo conto che la repressione non serviva a nulla. Anzi, è
proprio il modo “migliore” per allontanare la gente dalle
piazze, anziché rivitalizzare gli spazi urbani. Proprio per capire
lo stato delle cose ci siamo messi a fare indagini tra coloro che vivono
la zona universitaria.
Indagini statistiche?
Sì, e in modo diretto, facendo interviste a diverse categorie di
persone: ragazzi per strada, esponenti del quartiere, gestori dei locali,
rappresentanti dei comitati. Devo dire che ci siamo trovati da subito
molto in sintonia col comitato di Piazza Verdi. E’ l’unico
nostro contatto solido, ma secondo noi è anche l’unico soggetto
a muoversi in senso propositivo per rivitalizzare la zona. Tra l’altro
è stato Ciavatti, il loro rappresentante, a prendere in considerazione
i primi dati Istat sulla popolazione cittadina del quartiere. Noi poi
abbiamo fatto ricerche su diversi aspetti: sulla sicurezza, sulla distribuzione
dello spaccio e delle forze dell’ordine, su inquinamento, traffico
e mobilità.
Come avete poi utilizzato tutti questi dati che vi siete ritrovati
in mano?
Li abbiamo studiati sia per tentare di proporre una qualche soluzione
che potrebbe essere adottata, sia per offrirne una presentazione alla
gente. Ad esempio io stesso mi sono occupato del Piano Generale del Traffico
Urbano e sono arrivato poi a delineare dei possibili percorsi urbani,
con itinerari ciclabili e pedonali che si snodano lungo l’intera
zona universitaria. A giugno scorso invece abbiamo organizzato un evento
proprio in Largo Respighi per presentare i risultati della nostra indagine
territoriale. E, nonostante a inizio estate molti giustamente fossero
già in vacanza, è venuto fuori un bel momento di aggregazione.
Soprattutto perché siamo riusciti a farlo in un clima sereno, di
festa, senza scontri o brutti episodi, dimostrando che si può vivere
insieme lo stesso spazio cittadino in modo tranquillo e positivo.
Con l’organizzazione di questo evento volevate quindi creare
un momento di partecipazione?
Esattamente, ma non con mezzi e forme già conosciuti e utilizzati.
Per il nostro allestimento abbiamo coinvolto diversi artisti che hanno
realizzato la parte espositiva: c’era un gruppo che ha suonato,
abbiamo proiettato video, organizzato la partecipazione dei bambini sotto
forma di gioco. I bambini del quartiere poi ci conoscevano già,
perché all’interno delle nostre indagini avevamo creato un
laboratorio nella scuola elementare di Vicolo Bolognetti, intitolato “Ubikando”.
Tre incontri in cui abbiamo lavorato con loro sulla manipolazione degli
spazi, per capire un po’ come vivessero il loro quartiere. Comunque,
con questo evento ci siamo voluti rivolgere a tutti, mondo giovanile innanzitutto,
ma in generale a tutti quelli che hanno lo stesso diritto a vivere gli
spazi.
Dicevi delle forme inconsuete che avete adottato. Spiegaci meglio.
Noi abbiamo voluto in sostanza delineare nuove forme di protesta, senza
utilizzare i soliti strumenti di comunicazione, ad esempio dibattiti o
assemblee. La nostra azione vuole essere uno stimolo alla riflessione
critica, vogliamo scuotere la gente. Far conoscere loro la realtà
delle cose in modo anche un po’ provocatorio. Più che altro
intendiamo creare una suggestione, un evento simbolico, che coinvolga
le persone facendole anche divertire. Farle partecipare in un modo artistico-ludico.
Perché in una cornice di festa il messaggio penso venga vissuto
in maniera più positiva, sentendosi più a proprio agio.
Per dire, anche una cosa banale come il volantinaggio noi l’abbiamo
riproposta come una sorta di “installazione” artistica, con
i foglietti attaccati appunto come foglie a una struttura dalla forma
strana. Tant’è che le persone si fermavano ad osservarla
come un’opera, anziché staccare i fogli!
Sicuramente è un qualcosa che incuriosisce!
Certo, anche se alla fine nessuno sa chi siamo. Nel senso che se chiedi
di Ubik in giro, sono pochi quelli che saprebbero risponderti. Non abbiamo
molta visibilità, ma il fatto è che non la ricerchiamo nemmeno.
Perché il nostro obiettivo, come dicevo, è “lanciare
il sasso nell’acqua”, fare da pungolo, stimolare nelle persone
una riflessione. Dopo di che, non sta a noi prendere decisioni per risolvere
i problemi. Fortunatamente, aggiungerei.
Qual è, invece, la vostra riflessione rispetto alla situazione
della zona? Mi riferisco al “degrado”, per intenderci.
Il problema è la mancanza di identità territoriale. Via
Zamboni viene vissuta come una zona di flusso, da attraversare, anche
con una certa inquietudine, ma senza interesse. Non ci si riconosce con
questo spazio che diventa un ambiente in cui ci si sente osservati, e
quasi sgraditi. E che dal punto di vista culturale ed espressivo non c’è
vivacità, non c’è fermento. Bisogna allora sbloccare
questa zona dalla situazione di stallo e cercare di sviluppare le tante
potenzialità che può esprimere.
Come credete si possa contribuire a questo obiettivo?
Non lavandosene le mani, certo, e nemmeno demandando i problemi interamente
alle misure degli amministratori politici. Serve un impegno diretto di
tutti in prima persona. Ad esempio nel non favorire quel mercato di spaccio
attorno a Piazza Verdi, che non significa demonizzare in assoluto le droghe
leggere, né stigmatizzare gli studenti come responsabili del fenomeno.
Riconosco che sono comunque parte in causa, ma c’è anche
da dire che le associazioni studentesche in genere non hanno mai preso
posizione rispetto allo spaccio. Del resto, si può anche capire
il perché. Da parte nostra, l’impegno è stato quello
di metterci “in rete” con altri soggetti, istituzionali e
non, per conoscere meglio la realtà del territorio. Per l’evento
in largo Respighi, ad esempio, avevamo coinvolto il comitato “Giardino
del Guasto”, il locale di Via Petroni “Sesto senso”,
“OrfeoTv”, il quartiere stesso.
In che direzione pensate di muovervi per il futuro?
Numericamente le nostre forze sono diminuite, il gruppo si è ridotto.
Ma, se riusciamo, abbiamo in mente di organizzare un altro evento come
quello del giugno scorso. Allargando di più la partecipazione alla
gente sul luogo, magari pensando a una struttura dinamica stavolta, anziché
installata in uno spazio circoscritto della città. Le persone potrebbero
poi interagire in modo diretto con questa. Ad esempio, facendo loro individuare
visivamente sullo spazio le criticità della zona e dando la possibilità,
se non proprio di indicare soluzioni, per lo meno di esprimere le loro
idee e in ogni caso di cominciare a vivere insieme lo spazio in maniera
positiva.
LA
SCHEDA DI PROFESSIONE CITTADINO
Chi è Ubik?
Chiara Mistri
partecipante al laboratorio formativo "Professione Cittadino"
della laurea specialistica in Scienze della comunicazione pubblica, sociale
e politica-anno accademico
2004-2005
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