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A scuola di cittadinanza- Cittadini attivi

MARIA: VOLONTARIA PER L’EDUCAZIONE ALL’INTERCULTURALITA’
La parola a Maria Dorigatti del Centro per la Mondialità del Poggeschi : giochi di ruolo per educare all’interculturalità

Qual è stata la tua esperienza di educazione all’interculturalità?
In alcune scuole medie di Bologna sono stati organizzati alcuni incontri per sensibilizzare i ragazzi alle problematiche dell’immigrazione organizzati dalle ragazze del Servizio Civile e da alcuni studenti che frequentano il master di interculturalità, in qualità di volontari.
Come avete reperito i contatti con le scuole?
Alle scuole medie Guinizzelli-Carracci abbiamo contattato la professoressa Silvia Baroni, un’insegnante di francese che aveva seguito i “Seminari sulla mondialità”, organizzati ogni anno dal Centro Poggeschi, che inoltre è responsabile dell’accoglienza di studenti stranieri presso la scuola media.
Come sono stati organizzati gli incontri con i ragazzi?
Gli interventi di animazione duravano due ore: veniva fatto un gioco di ruolo il cui scopo era far capire come si trova uno straniero in un Paese diverso dal proprio.
Il gioco si svolgeva fra due squadre: due Paesi compiono degli scambi, ma hanno regole diverse. Dopodiché si svolgeva una discussione, che coinvolgeva entrambi i gruppi, sulle emozioni provate durante il gioco. La discussione era guidata: venivano proposte situazioni concrete, riportato il discorso alla normalità, chiedendo ai ragazzi se erano mai stati in un altro Paese e così via.
La maggior parte dei bambini ha partecipato: si sono aperti per loro dei “mondi di riflessione”, spunti su cui pensare.
Avete trovato disponibilità da parte degli insegnanti?
La professoressa Baroni per permettere lo svolgimento della nostra attività ha chiesto alcune ore ai suoi colleghi di qualsiasi materia. La scuola tra l’altro sarebbe tenuta a svolgere questo tipo di attività, che è transdisciplinare, completamente staccata da tutte le materie in quanto non si associa a nessuna in particolare. I professori delle varie materie teoricamente dovrebbero essere presenti. In effetti alcuni partecipavano al gioco, altri non lo facevano, altri ancora rimanevano in aula, ma non giocavano e questo risultava controproducente, perché non si riusciva a far uscire la classe dal suo solito ruolo.
E da parte del sistema scolastico in generale?
Il sistema-scuola purtroppo è molto lento infatti i progetti vanno portati nelle scuole l’anno prima, per essere discussi e approvati. Per iniziative di più breve respiro sono necessari degli “agganci” non ufficiali che magari non sempre si possiedono. Queste attività potrebbero essere fatte durante le ore pomeridiane o nelle assemblee di istituto: in questo caso, però, il messaggio non raggiungerebbe tutti, ma solo quelli già sensibili alle tematiche trattate.
Abbiamo constatato inoltre che è più facile coinvolgere le scuole private perché sono più flessibili.
Avete notato alcuni aspetti che nel futuro potrebbero essere migliorati per la buona riuscita del progetto?
Sì certo: sarebbe stato utile compilare delle schede di valutazione, coinvolgendo anche gli insegnanti, ma non è stato fatto per mancanza di tempo. Per ora è stato fatto solo questo gioco, ma a partire da quest’anno le attività dovrebbero essere più mirate a formare un buon clima in classe. Un’altra idea è quella di provare dei progetti a scadenza, magari organizzando più incontri per un’unica classe che presenta particolari problematiche.
Che preparazione hanno i volontari?
La preparazione per chi organizza questi incontri è molto varia. I percorsi formativi sono non-scolastici a parte quelli che stanno frequentando il master di interculturalità della facoltà di Scienze dell’Educazione. I volontari, invece, hanno ciascuno il proprio percorso in oratori, associazioni, etc. Non ci sono laureati in Scienze dell’Educazione, anche se forse ci sarebbe bisogno di formatori professionisti, specie per un progetto a lungo termine.


Sara Carboni