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A scuola di cittadinanza- Cittadini attivi
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E
prima della riforma Moratti cosa si
insegnava ai futuri cittadini?
Un breve excursus tra le leggi precedenti quando si parlava di edcazione
civica ed educazione alla convivenza democratica
A partire dal 1985 per
la prima volta nei programmi didattici per la scuola primaria
(Decreto del Presidente della Repubblica 12 febbraio 1985, n. 104 Parte
I ) si utilizza il più ampio concetto di educazione alla
convivenza democratica. Secondo il decreto, che fa diretto riferimento
all’articolo 3 della Costituzione Italiana, “il fanciullo
sarà portato a rendersi conto che "tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali"
La scuola assume questo nuovo principio nell’ottica di una sollecitazione,
nel ragazzo, alla responsabilità delle proprie idee e azioni.
Si propone inoltre il compito di guidare l’alunno ad ampliare l’orizzonte
culturale e sociale oltre la realtà più prossima, in uno
spirito di comprensione e di cooperazione internazionale, con particolare
riferimento alla realtà europea ed al suo processo di integrazione.
L’istituzione scolastica è consapevole che l’alunno,
quando inizia la sua esperienza scolastica, ha già cumulato un
patrimonio di valori e di esperienze relative a comportamenti familiari,
civici, religiosi, morali e sociali. Si propone quindi di accogliere le
esperienze precedenti e fargli “prendere chiara coscienza della
differenza fra "solidarietà attiva" con il gruppo e "cedimento
passivo" alla pressione di gruppo, in modo da avere basilare consapevolezza
delle varie forme di "diversità e di emarginazione" allo
scopo di prevenire e contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi
nei confronti di persone e culture, anche in materia di credo religioso”.
Spetta ai docenti, collegialmente ed individualmente, di effettuare la
programmazione didattica stabilendo le modalità concrete per mezzo
delle quali conseguire le mete fissate dal programma e la scansione più
opportuna di esse, sia con l'inserimento di nuove attività, sia
con la valorizzazione degli insegnamenti tradizionali.
La Direttiva Ministeriale n. 58 (8 febbraio 1996) parla invece
esplicitamente di programmi di insegnamento dell’educazione civica,
anche se con particolare riferimento alla scuola media, inferiore e superiore.
Secondo il primo articolo, “gli obiettivi propri dell’educazione
civica sono perseguiti, da un lato, nella complessiva attività
didattica ed educativa, che riguarda tutti gli insegnamenti, le attività
extracurricolari e i diversi momenti della vita scolastica, con modalità
flessibili, anche in relazione all’autonomia delle singole scuole;
dall’altro, nell’ambito di un insegnamento specifico, come
previsto dal d.p.r. 585 del 1958 (abrogato dai decreti ministeriali conseguenti
a questa direttiva)”. Nel documento allegato alla direttiva ministeriale
si spiega come, negli ultimi decenni, la problematica della vita e della
convivenza umana si è arricchita e complicata di nuove dimensioni,
di cui leggi e circolari hanno puntualmente fatto carico alla scuola ,
in termini per lo più di aggiunta di problemi e di contenuti, piuttosto
che di ripensamento organico del complesso dei compiti della scuola. Secondo
l’articolo 3 dello stesso documento i progetti educativi di istituto
assicurano modalità, spazi e tempi idonei, nell’ambito delle
singole discipline e dell’esperienza partecipativa. L’insegnamento
dell’educazione civica viene affidato all’insegnante di storia,
a eccezione dei bienni in cui sia presente l’insegnamento di economia
e diritto (l’educazione civica e cultura costituzionale è
prevista all’interno di tale insegnamento), assicurando in ogni
caso i necessari raccordi interdisciplinari con gli altri insegnamenti,
in particolare con quello di storia.
Antonella Napolitano
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