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Associazione per il parco della Montagnola
Daniela
Alzani si presenta con molta semplicità e un bel sorriso. Il suo
salotto è immerso nella luce e, immerse nella luce, cominciamo
a parlare.
Com'è
nata l'idea di un’associazione per il parco della Montagnola?.
L’idea è nata sostanzialmente da un gruppo di genitori i
cui figli frequentano le scuole Giaccaglia Betti che si trovano all’interno
del parco. Da subito è nata come associazione di protesta per via
del degrado e dell’incuria in cui era lasciato il parco. Si trattava
di una realtà molto pesante: la manutenzione effettuata si limitava
al taglio dell’erba ed era presente un grosso fenomeno di spaccio
e consumo di droga. Le famiglie, ma soprattutto i bambini, trascorrevano
nel parco buona parte della giornata per cui la soglia di attenzione doveva
essere altissima perché bisognava controllare sempre e comunque
che il parco che fosse pulito, pulito in senso stretto da siringhe e altro.
Dopo aver inviato numerose lettere di protesta come genitori singoli senza
il minimo riscontro, abbiamo pensato che riunendoci in associazione avremmo
avuto più voce o che per lo meno l’amministrazione sarebbe
stata più disponibile all’ascolto. Non è stato così.
Non è stato fatto proprio niente?
Qualcosa è stato fatto. L’assessorato alle attività
produttive ha emesso un bando di concorso per la gestione del parco che
è stato vinto da un’associazione che si chiama Giovani per
l’Oratorio. Quest’associazione ha edificato due strutture
provocando molti danni, perché per costruirle sono stati sradicati
numerosi cespugli e alberi. La risposta del pubblico alle attività
che si svolgono all’interno di queste strutture è stata molto
entusiasta,. Noi, però, siamo stati contrari fin dall’inizio
perché, dal punto di vista del verde, il parco ci ha rimesso. È
migliorato dal punto di vista della frequentazione, ma è anche
vero che nel frattempo la frequentazione ‘cattiva’ si era
un po’ spostata da sola. Noi avevamo appena riguadagnato il parco
e appena riguadagnato ce l’hanno subito portato via.
Poi
però avete smesso di essere un’associazione solo di protesta
ed avete fatto delle proposte.
Sì. Volevamo far vedere che comunque si riusciva a richiamare gente,
bastava organizzare delle cose semplici che non richiedessero necessariamente
la cementazione del verde. L’anno scorso per esempio abbiamo organizzato
Parchi in Festa. Il filo rosso comune di queste tre giornate era proprio
quello del vivere la giornata all’interno del parco sotto casa,
riappropriandosi del proprio territorio che non va abbandonato altrimenti
muore. E, devo dire la verità, sono venute molte persone; un po’
perché erano i genitori dei bambini che frequentano le scuole del
parco, un po’ perché abbiamo smosso amici e parenti…
insomma è diventata un’iniziativa cittadina.
Più verde per pensare, ma anche per socializzare.
Sì. Uno dei nostri obiettivi è riuscire a costruire, anche
attraverso questi spazi, delle reti di rapporti sociali tra le famiglie.
Il non avere uno spazio in cui sostare tranquillamente impedisce alla
gente di incontrarsi, di parlare, e questo porta all’isolamento.
Conoscendosi, invece, e non guardandosi sempre con sospetto, si trovano
degli aiuti e anche qualcuno con cui ridere.
Voi
parlate del ‘verde nei pensieri’. Questo verde è solo
la Montagnola o un discorso più in generale?
È un discorso assolutamente in generale. La perdita di questo verde
porta a farci una domanda: ‘Che prezzo ha tutto questo?’ I
bambini hanno bisogno di uno spazio tranquillo, pulito, verde. La gente
ha bisogno di quello. La città ha bisogno di quello. Dobbiamo tenere
presente che questi sono parchi e non contenitori per spettacoli.
Un'ultima domanda.
Daniela Alzani cittadina attiva: cosa l’ha portata a scegliere questa
strada?.
Mia figlia. I bambini non possono andare a scuola o al parco da soli e
sono costretti a restare sempre chiusi in casa. Il mio essere cittadina
attiva è nato quando mi sono accorta che volevo che mia figlia
sviluppasse un po’ di autonomia. Quando in una città i bambini
stanno bene, e non solo loro, ma anche anziani e handicappati, quando
questi vivono bene e hanno le loro libertà si trovano in una buona
città. Altrimenti no.
Viola
Murrone
partecipante al laboratorio formativo Professione Cittadino presso
il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, a.a.2002-2003
per saperne di più,
leggi la scheda del comitato
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