|
Cittadini
Attivi
Comitato
è bello
Comitati
e giornalisti:
idillio
difficile
A scuola di
cittadinanza
Nuovi Cittadini
Apprendista Cittadino
Studenti senza polis
Malgrado il degrado
Click
Servizi
Blog
Le
nostre Iniziative
Archivio
Credits
|
Alla ribalta: l'associazione vittime
della uno bianca
Le
parole di Rosanna Rossi Zecchi - più che una intervista un lungo racconto-
ci riportano a uno degli ultimi momenti storici oscuri e complessi per
l'Italia: il cosiddetto periodo della Uno Bianca. Rosanna Zecchi è una
cittadina che ha saputo reagire dalla violenza di quegli anni. E come
presidente dell' "Associazione vittime della uno bianca" ha sempre cercato
di aiutare chi è stato colpito dalla "banda" per assicurare il corso della
giustizia.
Signora Zecchi, può descrivere cosa successe nei terribili anni tra il
1987 e il 1994 ?
La banda della uno bianca era formata da quasi tutti poliziotti. Ucciseroventiquattro
persone, ne ferirono più di cento durante rapine tra Bologna, Rimini,
Cesena e Pesaro. Era la banda dei fratelli Savi che a Bologna si erano
uniti ad altri due poliziotti, un catanese e un romagnolo. La banda si
costituì nel 1987 cominciando a fare rapine e nello stesso anno furono
i primi omicidi.Prima ci furono le rapine nei caselli autostradali, poi
rapinarono i portavalori delle coop.E poi uccisero due carabinieri, Stasi
e Erriu, a Castel Maggiore. I due carabinieri si avvicinarono alla macchina
dei Savi, che si presentarono come poliziotti e nello stesso tempo li
crivellarono di colpi. Ci sono state ventiquattro vittime, tra cui mio
marito. È stato testimone di una rapina in una tabaccheria. Mentre prendeva
il numero di targa della macchina dei Savi che avevano ferito un'altra
persona e chiedeva agli abitanti del palazzo vicino di chiamare il 113
si sono accorti di lui con un foglietto in mano, lo hanno prelevato dalla
macchina. Lui ha cercato di scappare e lo hanno freddato con due colpi
in testa.
Vi furono altri attacchi anche a campi nomadi e a extracomunitari, poi
avvenne l'omicidio dei carabinieri del Pilastro. In tribunale dissero
che li avevano uccisi per togliere di mezzo dei testimoni scomodi che
li avevavo visti rubare. Ma dalle perizie mediche emerse che avevano usato
una violenza tale da fare rabbrividire. Con la loro spietatezza uccisero
ancora per tanti anni: un esempio fra tutti l'omicidio di Valenti, un
giovane che freddarono perchè aveva visto un cambio auto.
Come è andato il processo?
Ho sentito il dottore della medicina legale raccontare cosa hanno fatto
alle vittime. Qualcosa di allucinante. Sparavano per il gusto di sparare
e uccidere: hanno ucciso neri, nomadi, gente che passava per caso. Quando
presero la banda, ognuno di noi. Siamo andati in tribunale con trentaquattro
avvocati di parte civile. Sono stati sviscerati fatti slegati poi ricongiunti
alla stessa matrice. Passato il primo grado di processo hanno dato l'ergastolo
a tre dei Savi e a Occhipinti, un altro componenete della banda. Poi la
corte di assise di Bologna al processo presieduto dal dott. Libero Mancuso
ha creato un precedente : ha considerato la Questura di Bologna corresponsabile,
perché se la banda non avesse avuto accesso ai terminali della questura
per vedere dove fare le rapine e dove dirottare le automobili mentre loro
rapinavano altrove, probabilmente li avrebbero presi prima.
Come è nata l'idea dell'associazione?
L'associazione -attualmente di novanta persone- è stata costituita nel
1995 a Rimini da una poliziotta, ferita da uno dei Savi suo collega, e
da un carabiniere di stanza a Rimini. Ci chiamarono in comune per fondare
l'associazione. Io andai ma non mi sono associata all'inizio: ce l'avevo
troppo con le forze dell'ordine per associarmi in una assemblea costituita
da poliziotta e carabiniere. Mi continuarono a chiamare. Poi il sindaco
Vitali, durante una riunione di tutti i familiari delle vittime insistesse
affinchè mi associassi. La poliziotta aveva dichiarato che avrebbe
fatto la presidente solo per un anno. L'anno dopo pasò la presidenza
al carabiniere. A quel punto mi elessero come presidente. E si è trasferita
la sede dell' "Associazione vittime della uno bianca" a Bologna
in via Polese 22. Ci siamo costituiti perché volevamo prima di tutto sapere
veramente come erano andate le cose. Cosa c'era dietro a tutta questa
violenza. Per essere uniti, conoscerci, tutelarci e ottenere giustizia.
la compongono associati che hanno perduto padri, figli, fratelli, persone
che non avevano di che andare avanti. Una madre con un bambino piccolo
a cui avevano ucciso il marito che non aveva di che pagare le bollette.
Una volta a Natale andai da Vitali a chiedere che mi dessero soldi per
queste persone, per pagare gli avvocati e per avviare le pratiche processuali
come parte civile nei confronti dei Savi e del Ministerodegli Interni
(c'erano da pagare 800 mila lire a testa in marche da bollo per gli incartamenti).
Avevo gente in condizioni disperate. Alla fine del primo grado furono
riconosciuti dei risarcimenti. Ma eravamo senza una legge perché il reato
era criminalità organizzata e non terrorismo: quindi non potevamo accedere
a nessuna legge speciale. Andai da Prodi e da Napoletano, rispettivamente
allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni, che si fecero
carico dell'anticipazione dei risarcimenti. In appello la condanna venne
riconfermata. Ma in cassazione a Roma non venne confermata la responsabilità
civile al Ministero degli Interni. Credo fosse decisione già stabilita
per evitare di creare un precedente. A quel punto ci chiesero di restituire
i soldi, detraendoli dalle pensioni a chi non li aveva. Andai da D'Alema,
succeduto a Prodi, perché le persone erano disperate: molti non avevano
più il sostentamento, né chi lavorasse e portasse a casa lo stipendio.
Allora si è pensato di fare una transazione. Il ministro degli interni
Bianco venne a Bologna e comprendendo la situazione disse: "in tempo di
pace qui da voi c'è stata la guerra". E poi dettero via a una transazione
che sistemò la situazione.
E in questo momento di cosa si occupa
l'Associazione?
L'associazione ha tra i punti costitutivi la sorveglianza della detenzione
degli imputati colpevoli. Voi direte che sono cattiva, ma quando uno della
banda ha chiesto di lasciare un giorno il carcere per andare a trovare
un parente, io ho mandato a rispondere che mia figlia suo padre non potrà
più vederlo. All'ultima rapina fatta hanno sparato a un ragazzo e lo hanno
ridotto in carrozzella, tanti altri feriti hanno in corpo le schegge esplose
quando è scoppiato il bancone delle poste di via Emilia Levante. La nostra
associazione vuole verificare che i colpevoli rimangano in carcere. E
anche se altre persone hanno trovato una ragione per perdonare, come me
tanti altri non perdoneranno mai.
Dunque l'associazione ha saputo tenere
coese queste persone?
Precisamente. Perché quando non sapevano come fare siamo intervenuti.
Anche la Regione Emilia -Romagna assieme ai comuni danneggiati e alla
provincia di Bologna si è costituita parte civile e ci ha aiutato stanziando
il proprio risarcimento per le spese legali.
Rosanna Zecchi è divenuta di riferimento
per i componenti dell'associazione, per i bolognesi stessi. Come ha vissuto
questo periodo in associazione?
Sono diventata presidente perché lo dovevo a mio marito. Lui poteva rimanere
in macchina e fuggire e non lo avrebbero visto. Ma è uscito per aiutare
un ferito e si è fermato per appuntare il numero di targa della
macchina dei rapinatori. Questo mi ha condizionata: glielo dovevo. Gli
hanno dato la medaglia d'oro, ma non è stato un eroe: faceva così
abitualmente. Se vedeva un vecchio in difficoltà doveva aiutarlo. Per
me dopo però è diventata cosa gravosa: ogni sera mi telefonavano per risolvere
problemi. Ma ho capito che non potevo abbandonare le altre persone coinvolte
perché capivo di essere diventata un punto di riferimento per loro. Così
mi chiamavano tutte le sere anche per raccontare anche problemi non direttamente
colegati ai nostri e io dovevo tentare di trovare soluzioni anche se non
sapevo come. Mi hanno conosciuto tutti e ho disturbato sindaci, vicesindaci,
assessori di entrambe le giunte e Parlamentari di ogni gruppo. E tutti
sono stati partecipi. Forse è stato mio marito ad aiutarmi. Sono contenta
di averlo fatto. L'impegno mi ha preso salute, ma lo tornerei a fare.
Andrea Parato
per saperne di più,
leggi la scheda del comitato
|