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REPUBBLICA 13/12/2000
Indagine sul rapporto sentimentale con la città.
Un complemento dei dati del Sole 24 Ore
Bologna, bella ma scorbutica
Tramonta il mito della bonomia naturale
sotto le torri. Per il 66% gli stranieri sono fonte di criminalità.
In due anni la quota dei cittadini che si sentono tranquilli è
scesa al 45 per cento.
Le preoccupazioni restano sicurezza e degrado: disagio per gli immigrati
Bologna la dotta scorbutica. Bella da vedere,
buona per studiare, istruttiva. Ma sempre più di cattivo umore.
È l'altra faccia di una città "prima in benessere"
che emerge da questa nuova inchiesta sui sentimenti dei suoi cittadini;
"richiamo" di un'altra indagine che due anni fa, auspice anche
allora La Repubblica Bologna, fece molto discutere: "Bologna nel
cuore". Questa seconda indagine su "I bolognesi e la felicità"
comincia verificando se quell'immagine in fondo lusinghiera è ancora
attuale. Il risultato è meno smagliante e più smagliato.
Una smentita della classifica del Sole 24 Ore? Piuttosto un complemento.
Questo sondaggio fruga là dove non arrivano le statistiche: nei
sentimenti, alla ricerca dei mutamenti nell'anima di un'intera popolazione.
Dunque: da bonari a scorbutici in venti mesi? Il carattere degli abitanti
di una città non è scritto sul marmo come le gesta dei suoi
uomini illustri; muta col tempo. Ma questo somiglia più a un crollo
che a una trasformazione. Meno di due anni fa i bolognesi erano decisamente
concordi nell'attribuirsi una bonomia naturale: "gli abitanti hanno
un bel carattere" era la prima delle virtù della città,
la ragione più importante del viverci bene. Oggi, la stessa domanda
spacca i bolognesi in due: solo una risicata maggioranza è ancora
convinta che il sorriso fiorisca sulla bocca dei loro conci ttadini, e
nella graduatoria il "bel carattere" precipita all'ottavo posto
(su 15). Anche Bologna, a dispetto delle sue tradizioni (o dei suoi stereotipi)
sta dunque precipitando nell'era degli incazzati cronici, come ha profetizzato,
o meglio constatato, Michele Serra qualche settimana fa su questo giornale,
aprendo un dibattito sull'umor nero degli italiani d'inizio millennio.
O forse e più semplicemente c'è un disagio nuovo che si
fa strada, guastandoci il sangue e rendendoci scontrosi. Se il carattere
è solo un riflesso d'umore, le preoccupazioni che l'hanno cambiato
sono ben reali. Non è una novità che Bologna si senta da
tempo meno sicura: ma è significativo che tutte le indagini, nel
tempo, lo confermino. Questa non fa eccezione. Se due anni fa il 54% degli
intervistati riteneva di vivere in una città sicura, ora la quota
dei tranquilli è scesa sotto la metà, al 45%. Di pari dimensione
è il crollo del senso di città ordinata: due anni fa 6 cittadini
su dieci ritenevano corretto questa definizione per Bologna, ora solo
5 su dieci. È un allarme variamente distribuito: a preoccuparsi
di più sono gli anziani (solo un over65 su 3 ritiene di vivere
al sicuro), mentre la classe di età che più si sente a proprio
agio è quella degli adulti in carriera: fra i 30 e i 44 anni quasi
6 su dieci non si preoccupa per l'ordine pubblico. Scoprire la causa (o
il pretesto) dell'insicurezza è purtroppo semplice: il 66% degli
intervistati (1,5% più del '98) pensa che gli extracomunitari siano
"una fonte di criminalità", anche se un bolognese su
quattro (con analogo incremento) si rende conto che i lavoratori immigrati
sono necessari "per il sistema produttivo". Ormai solo un bolognese
su dieci, comunque, considera i nuovi arrivati portatori di "vivacità
culturale". Qualcosa non funziona, evidentemente, nel ménage
cittadinicittà, se perfino un evidente paradosso diventa verità
statistica: nel '98, regnante Vitali, l'essere Bologna una città
"di sinistra" era solo il suo tredicesimo merito su 15; oggi,
regnante Guazzaloca, è di ventato il sesto. Nostalgia politica
o insoddisfazione generica? Il pessimismo, però, va giustamente
temperato. Nella bilancia dei valori e dei disvalori, il peso cade anche
questa volta più spesso sui primi. Bologna è ritenuta, a
maggioranza, più ricca che povera, più accogliente che inospitale,
più aperta che chiusa, più allegra che triste, più
moderna che antiquata, ed elegante tanto quanto "alla buona".
È poi ritenuta (anche se di un soffio) più tradizionale
che innovativa, più piccola che grande. Forse, tra le caratteristiche
che la rendono ancora appetibile, i motivi utilitaristici tendono a prevalere:
"È una città universitaria", su questo c'è
poco da essere in disaccordo; ma per una buona maggioranza offre anche
"occasioni di contatto sociale", e questo era meno scontato.
L'architettura armoniosa, le occasioni culturali e di divertimento sono,
nell'ordine, la terza, quarta e quinta ragione di apprezzamento (per intenderci:
le condizioni del traffico sono l'ultima). Eppure quell'ombra di disagio
c'è, e non la si può esorcizzare facilmente. La frase "è
facile vivere a Bologna", che due anni fa veniva promossa con la
media del sette più, ora prende la sufficienza risicata, scivolando
in classifica dal terzo al decimo posto. E l'affermazione "non ci
si sente mai soli" per oltre la metà degli intervistati non
è più vera.
MICHELE SMARGIASSI
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