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La professoressa Elisa Dorso è intervenuta
nella lezione del 12 maggio 2003 del laboratorio formativo "professione
cittadino" presentando un excursus storico sulla questione della cittadinanza,
riferendosi in particolar modo all'arte politica di Platone a al problema
della schiavitù in Aristotele.
Riportiamo qui di seguito i brani .
Platone: L'arte politica
Aristotele: Il problema della schiavitù
Schemi di discussione
Platone L'arte politica
Tempo vi fu in cui esistevano gli dèi, ma non le stirpi mortali. Poi che
giunse anche per le stirpi mortali il momento fatale della loro nascita,
gli dèi ne fanno il calco in seno alla terra mescolando terra e fuoco
e tutti quegli elementi che si compongono di terra e di fuoco. Ma nell'atto
in cui stavano per trarre alla luce quelle stirpi, ordinarono a Prometeo
e a Epimèteo di distribuire a ciascuno facoltà naturali in modo conveniente.
Epimeteo chiede a Prometeo che spetti a lui la cura della distribuzione:
"E quando avrò compiuto la mia distribuzione ? dice ? tu controllerai".
E così, avendolo persuaso, si pone a distribuire. Ora, nel compiere la
sua distribuzione, ad alcuni assegnava forza senza velocità, mentre forniva
di velocità i più deboli; alcuni armava, mentre per altri che rendeva
per natura inermi, escogitava qualche altro mezzo di salvezza. A quegli
esseri che rinchiudeva in un piccolo corpo, assegnava ali per fuggire
o sotterranea dimora; quelli che, invece, dotava di grande dimensione,
proprio con questo li salvaguardava. E così distribuiva tutto il resto,
sì che tutto fosse in equilibrio. Ed escogitò tale principio preoccupandosi
che una qualche stirpe non dovesse estinguersi. Dopo che li ebbe provvisti
di mezzi per sfuggire le reciproche distruzioni, escogitò anche agevoli
modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus: li avvolse,
così, di folti peli e di dure pelli, che bastavano a difendere dal freddo,
ma che sono anche capaci di proteggere dal caldo e tali inoltre da essere
adatti quali naturale e propria coperta a ciascuno, quando avessero bisogno
di dormire. E sotto i piedi ad alcuni dette zoccoli, ad altri unghie e
pelli dure prive di sangue; ad alcuni procurava un tipo di alimento, ad
altri un altro tipo; ad alcuni erba della terra, ad altri frutti degli
alberi, ad altri ancora radici; ad alcuni poi dette come cibo la carne
di altri animali, ma a questi concesse scarsa prolificità, mentre a quelli
che ne erano preda abbondante prolificità, sì che la specie loro si conservasse.
Solo che Epimeteo, al quale mancava compiuta sapienza, aveva consumato,
senza accorgersene, tutte le facoltà naturali in favore degli esseri privi
di ragione: gli rimaneva ancora da dotare il genere umano e non sapeva
davvero cosa fare per trarsi di imbarazzo. Proprio mentre si trovava in
tale imbarazzo sopraggiunse Prometeo a controllare la distribuzione: vede
che tutti gli altri esseri viventi armoniosamente posseggono di tutto,
e che invece l'uomo è nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi: era
oramai imminente il giorno fatale, giorno in cui anche l'uomo doveva uscire
dalla terra alla luce. Prometeo allora, trovandosi appunto in grande imbarazzo
per la salvezza dell'uomo, ruba a Efesto e ad Atena il sapere tecnico
insieme con il fuoco ? ché senza il fuoco sarebbe stato impossibile acquistarlo
o servirsene ? e così ne fece dono all'uomo. L'uomo, dunque, ebbe in tal
modo la scienza della vita, ma non aveva ancora la scienza politica: essa
si trovava presso Zeus; né più era concesso a Prometeo di andare nell'acropoli,
ov'è la dimora di Zeus (e davvero temibili erano, per di più, le guardie
di Zeus); riesce, invece, a penetrare di nascosto nella comune dimora
di Atena e di Efesto dove essi lavoravano insieme, e, rubata l'arte del
fuoco di Efesto e l'altra propria di Atena, le dona all'uomo, che con
quelle si procurò le agiatezze della vita. [...1 Come dunque l'uomo fu
partecipe di sorte divina: innanzitutto per la sua parentela con la divinità,
unico tra gli esseri viventi, credette negli dèi, e si mise ad erigere
altari e sacre statue; poi, usando le tecniche, articolò ben presto la
voce in parole e inventò case, vesti, calzari, giacigli e il nutrimento
che ci dà la terra. Così provveduti, da principio gli uomini vivevano
sparsi, ché non v'erano città. E perciò erano distrutti dalle fiere, perché
in tutto e per tutto erano più deboli di quelle, e la loro perizia pratica,
pur essendo di adeguato aiuto a procurare il nutrimento, era assolutamente
insufficiente nella lotta contro le fiere: non possedevano ancora l'arte
politica; di cui quella bellica è parte. Cercarono, dunque, di radunarsi
e di salvarsi fondando città: ma ogni qualvolta si radunavano, si recavano
offesa tra di loro, proprio perché mancanti dell'arte politica, onde nuovamente
si disperdevano e morivano. Allora Zeus, temendo per la nostra specie,
minacciata di andar tutta distrutta, inviò Ermes perché portasse agli
uomini il pudore e la giustizia affinché servissero da ordinamento della
città e da vincoli costituenti unità di amicizia. Chiede Ermes a Zeus
in qual modo debba dare agli uomini il pudore e la giustizia: "Debbo distribuire
giustizia e pudore come sono state distribuite le arti? Le arti furono
distribuite così: uno solo che possegga l'arte medica basta per molti
profani e lo stesso vale per le altre professioni. Anche giustizia e pudore
debbo istituirli negli uomini nel medesimo modo, o debbo distribuirli
a tutti?". "A tutti, rispose Zeus, e che tutti ne abbiano parte: le città
non potrebbero esistere se solo pochi possedessero pudore e giustizia,
come avviene per le altre arti. Istituisci, dunque, a nome mio una legge
per la quale sia messo a morte come peste della città chi non sappia avere
in sé pudore e giustizia".
[Platone, Protagora, 320 c - 323 d]
Aristotele Il problema della schiavitù
1. [...] un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro,
pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro
chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà
è uno strumento ordinato all'azione e separato. [...] Se esista per natura
un essere siffatto o no, e se sia meglio e giusto per qualcuno essere
schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso
si deve esaminare. Non è difficile farsene un'idea con il ragionamento
e capirlo da quel che accade. Comandare ed essere comandato non solo sono
tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri , subito
dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare.
[...] Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali:
gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi
tutti è giovevole essere soggetti all'uomo, perché in tal modo hanno la
loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina,
l'uno è per natura superiore, l'altra inferiore, l'uno comanda, l'altra
è comandata - ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio così.
Quindi quelli che differiscono tra loro quanto [...] l'uomo dalla bestia
(e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all'impiego
delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro
sono per natura schiavi [...]. In effetti è schiavo per natura chi può
appartenere a un altro (per cui è di un altro) e chi in tanto partecipa
di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla: gli altri animali
non sono soggetti alla ragione, ma alle impressioni. Quanto all'utilità,
la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per
la necessità della vita, sia gli schiavi, sia gli animali domestici. Perciò
la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi:
gli uni l'hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile
a siffatte attività, ma adatto alla vita politica [...]. Dunque, è evidente
che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è
giusto essere schiavi.
[Aristotele, Politica, 1. 4 e 5]
Schemi di discussione
Platone
- la funzione del mito in Platone
- le tecniche equivalgono alle facoltà naturali degli animali
- l'arte politica, non la virtù
- l'uomo animale politico (razionale)
Aristotele
- l'uomo è maschio, libero, proprietario e pallido
- esiste lo "schiavo per natura", cioè schiavi si nasce non si diventa
- questi i selettori per il mondo greco
Oggi
- oggi, dopo la Dichiarazione Universale dei diritti umani, quali sono
i cittadini e, di conseguenza, i selettori di esclusione?
- Diritto/sociologia hanno valutazioni diverse sul "diritto di cittadinanza".
- Per il diritto vale il piano formale e quindi la cittadinanza è definita
dalla comune sottoposizione all'autorità di uno stato esistente e comporta
diritti (voto) e doveri (difesa).
- Cittadinanza maggiore / cittadinanza minore: italiani e europei (voto
europeo - libera circolazione nei paesi membri - ricorso al mediatore
europeo - tutela diplomatica in tutte le ambasciate della comunità)
- Un extracomunitario è anche un extraitaliano (non gode delle due cittadinanze,
perché non ha diritto al voto); ha solo i diritti del lavoro (uguaglianza
del trattamento economico) e quelli civili (proprietà, giusto processo)
- La giurisprudenza tende ad estendere agli stranieri il diritto di cittadinanza
- per la sociologia vale la categoria di inclusione/esclusione materiale,
per cui un extracomunitario ricco è "più cittadino" di un italiano sfigato.
Più è ricca la comunità, più è tollerante e più ampia è la cittadinanza
"materiale"
NB.
1) diritti civili e politici
2) economici, sociali, culturali
3) di solidarietà (la salute, l'ecologia, ecc.)
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