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CITTADINO
SENZA PORTAFOGLIO
Hamid Bichri, 42 anni, da 13 in Italia, racconta la sua esperienza
d'immigrato e di neo-cittadino italiano: ma basta un documento a fare
di un uomo un cittadino?
Chi è Hamid Bichri?
Hamid Bichri è un quarantaduenne marocchino che oggi lavora in Italia,
qui a Bologna, per la Regione Emilia-Romagna. Sono arrivato in Italia
dalla Francia, per caso, seguendo altri miei amici. Inizialmente, nell'ottobre
'89, mi fermai in Puglia, nei pressi di Brindisi: un posto che mi piace
molto, ci torno ogni tanto. Poi, sempre per caso, sono arrivato a Bologna:
pensa che non conoscevo neppure la città! Oggi sono un cittadino italiano,
almeno per quel che riguarda i documenti...
Non ti senti, nonostante lo status acquisito, un cittadino italiano,
e prima ancora bolognese?
In tutta sincerità no. Non credo che basti un documento per fare di un
uomo un cittadino. Io penso che un cittadino, per sentirsi tale, debba
essere attivo e debba, prima ancora, essere considerato tale, sia dalla
società civile che da quella politica. Non è sufficiente la cittadinanza
formale, ad essa bisogna affiancare quella "materiale". In Italia spesso
ciò non avviene, forse per colpa delle istituzioni. Esse ancora non si
rendono conto di cosa siano in realtà gli immigrati: siamo considerati
solo come forza lavoro. Ecco, in quel senso ci reputano attivi, ma per
il resto... Non si possono biasimare più di tanto gli italiani, o più
in particolare i bolognesi, per il loro atteggiamento nei confronti degli
stranieri: è l'autorità preposta ad essere deficiente, coloro che dovrebbero
per primi segnare il passo. Ma purtroppo l'Italia è un paese politicamente
abituato a lavorare sulle emergenze...
Puoi spiegarmi cosa intendi?
La parola emergenza per gli italiani è una parola magica: i politici,
di ogni colore, trattano il problema solo in tempo di elezioni e solo
per sfruttare il tema per le proprie campagne di raccolta voti. La classe
politica non ha capito che bisogna guardare agli immigrati come veri e
propri soggetti politici, innanzitutto eterogenei all'interno, e non considerarli
come problema provvisorio. Altrimenti, e ciò sta già accadendo fra gli
immigrati, si corre il rischio di una generale perdita di fiducia nei
confronti dell'amministrazione e della società civile più in generale.
Quindi, è normale che se il mondo politico è impostato in questo modo,
quel che ne segue non può essere tanto diverso.
Quindi anche la società civile ne è influenzata? Tu come ti sei trovato
con gli italiani?
Il mio j'accuse non è contro i cittadini, personalmente io non ho avuto
grossi problemi con la popolazione, soprattutto in Puglia, dove mi sono
trovato benissimo. Bologna è invece una città molto più ricca e risente
dei tipici problemi di un società benestante: individualismo e materialismo.
La questione è, come dicevo, legata alle istituzioni, alle amministrazioni:
se dall'alto, e parlo anche dei mass-media, non viene dettata una politica
interculturale, alla base non puoi trovare soluzioni. La gente è influenzata
dall'alto, e qui chi è in alto non fa nulla per cambiare le cose, anzi...
Quindi non mi sorprendo affatto se ai controlli della polizia o nelle
faccende ufficiali, agli immigrati non viene chiesto un documento ma innanzitutto
il permesso di soggiorno; gli operatori non sono pronti nemmeno a parlare
con gli immigrati. E' questo, ripeto, il punto: poi nella vita puoi incontrare
o meno brave persone, ma ciò rientra in altre sfere. Certamente la vita
in Italia ti ha richiesto dei compromessi tra la tua cultura di origine
e quella italiana.
Come vivi questa situazione?
Io credo che le culture siano in qualche modo "nomadi", mai sicuramente
univoche. Certo è indubbia l'esistenza di usi e tradizioni -come anche
la lingua, la musica, la cucina- purtroppo incompatibili con gli stili
di vita italiani; ma se si vuol vivere in un mondo interculturale da entrambe
le parti bisogna accettare dei compromessi e soprattutto avere rispetto
della cultura altrui. Vuol dire che il "djellaba" lo indosserò solo in
casa. Comunque finché non sarà così per tutti, continuerò a sentirmi un
"marocchino con la cittadinanza italiana", un "cittadino senza portafoglio".
Donato Masella
partecipante al laboratorio formativo Professione
Cittadino presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, a.a.2002-2003
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